
martedì, 22 aprile 2008
calliope
Lo scrittore senza idee se ne stava fermo davanti alle lettere, a fissare e a ragionare e ad arrovellarsi su tutte le idee che non aveva, e le lettere lo fissavano di rimando con una faccia che diceva “Beh?”. Lo scrittore, ancora senza idee, si alzò dalla sedia e decise di andare a fare un giro nel bosco disabitato che circondava la sua casa. Era andato a vivere nel bel mezzo di quel bosco, pochi anni prima, perché credeva che un bosco rendesse automaticamente migliori le storie, e le idee, che però ora non aveva. Era una brutta giornata, per lo scrittore senza idee. Ma era anche brutta in senso meteorologico. Non è che piovesse. Piuttosto, era come se il cielo non avesse abbastanza voglia di pioggia, ma neanche di sole. E allora se ne stava lì, bianco, immobile, come lo scrittore senza idee davanti alla sua scrivania, come il foglio che lo fissava. Le nuvole non vomitavano pioggia, così come lo scrittore non vomitava parole. E allora si alzò in piedi mentre le lettere della tastiera continuavano a chiedergli “Beh?” e si infilò la prima felpa che trovò poggiata sulla sedia alle sue spalle e si diresse verso la porta che dava sul retro, mentre un gruppo di persone uscite da un suo racconto scritto chissà quanto tempo prima cantava “Remember that we love you”, un po’ intonati, un po’ no. Ma lo scrittore senza idee non ci fece caso, e, ancora in pantofole, diede un calcio alla porta sul retro: le porte sul retro erano un’altra di quelle cose che rendono una storia interessante. Una volta fuori dalla sua villetta, si incamminò con passi frettolosi nella ghiaia umida che circondava la casa, mentre le sue pantofole si riempivano di fanghiglia: allo scrittore senza idee però non importava, perché pensava che le pantofole non fossero affatto un oggetto interessante. Camminava e camminava, fra gli alberi che ingiallivano, e camminava, accanto ai sempreverdi, e camminava e si pungeva nei cespugli spinosi che intralciavano il suo percorso, e camminava, ma delle idee neanche l’ombra. Eppure, era sicuro di averle lasciate lì, da qualche parte nel bosco che circondava la sua villetta. Solo che non ricordava dove. Lo scrittore non solo era senza idee, era anche uno scrittore smemorato. Non era tanto il fatto che le idee non ci fossero, quanto che egli le dimenticava continuamente. Scriveva, e scriveva, e scriveva, ma solo nella sua mente, e poi riponeva quelle idee su dei fogli bianchi e gialli che riponeva nei cassetti dei suo cervello, e poi chiudeva i cassetti a chiave, perché da buono scrittore non si fidava della sua mente malata. Solo che poi perdeva la chiave, e non ricordava dove l’avesse vista l’ultima volta, e così le idee rimanevano a marcire in quei cassetti rosa come il suo cervello. Adesso che ci pensava, era sicuro di aver lasciato una chiave proprio lì, da qualche parte nel bosco. Anzi, ad essere precisi, si ricordava di aver segnato il percorso per tornare là dove l’aveva nascosta con delle gocce d’inchiostro, ma adesso era passato tanto (troppo) tempo, e il terreno aveva bevuto le macchie nere e quindi era stato tutto inutile. Cercò qualcuno con cui parlare, là nel bosco. Magari, qualcuno lo aveva visto nascondere quella chiave nel bosco disabitato. Perché quel bosco, in realtà, era sì disabitato, ma disabitato da un sacco di persone, sicchè non lo era. Un giorno di primavera, mentre il sole bagnava le punte degli alberi del bosco, ma senza raggiungere il terreno freddo, lo scrittore che adesso non aveva idee aveva deciso di liberare tutti i personaggi da lui creati, e questi, mentre si allontanavano dalla villetta, lo avevano guardato con sguardo interrogativo, proprio come le lettere che gli dicevano “Beh?” fino a poco fa, e poi si erano sparpagliati tra le querce e gli aceri e gli abeti e le magrovie, scomparendo pian piano alla vista del loro creatore. Ne vide uno, sulla sinistra, ad una cinquantina di metri da lui, mentre suonava un gigantesco pianoforte bianco e orizzontale, con indosso un elegante vestito anch’esso d’un bianco abbacinante. Un uomo distinto e un clochard si guardavano intorno, come spaesati. Un ragazzo gli si avvicinò lentamente, e con timidezza gli toccò la spalla con l’indice destro.
- Dimmi pure – gli disse lo scrittore.
- Guarda che puoi anche metterti vestiti colorati, eh?
Lo scrittore senza idee osservò i suoi vestiti. Indossava un pantalone nero e una camicia bianca.
- Oh, scusami – disse, timido almeno quanto il ragazzo.
- Non importa.
- E’ solo che non ci ho fatto caso.
- Non importa.
Il ragazzo gli sorrise con occhi grigi.
- Vado a guardare Il Falcone Maltese – disse. Poi, si incamminò lontano, lontano.
Lo scrittore continuò a camminare camminare camminare in mezzo al bosco e alle sue creazioni, tra quelle più riuscite e quelle meno riuscite, tra quelle che odiava e quelle che gli altri amavano.
Un uomo e una donna, entrambi di età indefinibile, oscillante comunque tra gli enta e gli anta, litigavano senza veemenza, come se non facessero altro da sempre, come se ormai fossero stanchi di farlo. Guardarono lo scrittore con gli occhi imploranti. Egli gli si avvicinò.
- Scriverò un nuovo finale, per quella storia. – disse guardandoli dritti negli occhi, prima l’uno, poi l’altra.
- Ve lo prometto – aggiunse. – Non appena avrò un’idea.
- Grazie. Oh, grazie.
L’uomo e la donna ripresero a litigare, anche se lo facevano talmente a bassa voce che egli non riusciva a sentire cosa dicevano. O forse l’aveva dimenticato, proprio come aveva dimenticato…
- Un’altra cosa… - disse.
- Sì?
- Avete per caso visto una chiave?
- No.
- No.
- Che chiave?
- E’ per caso importante?
- Non lo so. Continuate pure a fare…
- Cosa? – dissero l’uomo e la donna, e non si mossero.
- Quello che stavate facendo. – finì lo scrittore. I due lo guardavano senza battere ciglio. Dopo qualche secondo, lo scrittore senza idee capì.
- Riprendete a litigare – disse.
L’uomo e la donna ricominciarono a parlare, anche se lui continuava a non sentirli. E allora riprese a camminare e camminare, ma della chiave nemmeno l’ombra. Chiese ad un clown, chiese ad un nano, chiese al pianista, chiese ad un mostro. Demoralizzato e sconfitto, stava considerando che la cosa più giusta da fare sarebbe stata tornarsene alla villetta, a fissare ancora un po’ quelle lettere che gli chiedevano “Beh?”, quando il Bambino con i guanti senza dita, o meglio, con un unico grande dito, gli si avvicinò. Alla fin fine, è sempre lui a smuovere le cose.
- Beh? – gli chiese, proprio come facevano le lettere.
- “Beh” cosa? – replicò lo scrittore, indisposto.
- Cosa stai cercando di fare?
- Non lo vedi? Cerco la chiave.
- Vedo, sì, che la cerchi, ma lo fai nei posti sbagliati.
- Ce l’hai tu?
- No. Guarda, continui a sbagliarti.
- Quale sarebbe il mio errore? Sorprendermi.
Il Bambino si poggiò ad un grosso sasso, che se ne stava lì, dietro di lui, chissà da quanto tempo. Lo scrittore senza idee non ricordava neppure se era stato lui a crearlo, insieme a tutto il resto del bosco. Si chiese se fosse là da prima, da prima di tutto, da prima della fantasia e delle parole e dell’inchiostro. Si chiese se la chiave fosse proprio dietro quel sasso. Si chiese se fosse stata sempre lì. Si chiese anche se era stato lui a mettercela. Si iniziò a muovere in direzione del sasso, quando il Bambino lo interruppe, dicendo
- Continui a cercare nei posti che hai già esplorato. Continui a chiedere alle persone che già conosci. Non vai mai oltre quello che già fa parte di te.
- Che vuoi dire?
- Voglio dire che continui sempre a cercare la risposta nel passato, ma lì non c’è niente che possa aiutarti. Guardati. Guardati adesso. E capirai da dove iniziare.
Fu in quel momento che lo scrittore senza idee, un’idea iniziò ad averla. Fu in quell’istante che lo scrittore senza idee capì, e ricordò tutto. Fu allora che ebbe la prima di due illuminazioni. Ricordò dov’era la chiave, dov’era da sempre, e si ricordò che in realtà la chiave non si spostava mai, era sempre nello stesso posto. Era lui a muoversi, ad allontanarsi da essa, per poi tornare là. Ma tutte le volte, il terrore di non riuscire a ritrovarla gli attanagliava lo stomaco, tanto da convincerlo che l’aveva messa in chissà quale angolo buio del bosco, e che oramai sarebbe rimasta persa per l’eternità.
- Alla fine, hai sempre ragione tu, vero? – chiese al Bambino
- Fino a che lo vorrai tu.
- Fino a che lo vorrò io.
- Già.
- Già.
Adesso il sole stava provando a penetrare, piano, nel bianco delle nuvole. Un raggio sottile raggiunse il volto del Bambino, i cui occhi ora brillavano di una strana luce. Lo scrittore disse
- Dì un po’… ma tu li conosci quelli là?
Indicò un gruppo composto da una mezza dozzina di persone, tutte in smoking.
- No. – rispose fermo il Bambino.
- Credevo che conoscessi tutti, qui.
- No. Non loro. Non ancora.
Guardò lo scrittore, e poi si allontanò salutandolo con un cenno.
- Ci si vede in giro – disse.
Lo scrittore lo guardò andare via, e poi rivolse la sua attenzione a quel gruppo di uomini eleganti. Era sicuro che non fossero una sua creazione, ma gli trasmettevano comunque una curiosa sensazione di deja-vu. Si avviò verso di loro, sempre più convinto di averli già visti da qualche parte.
I sei se ne stavano a chiacchierare in un angolo, vicino ad una piccola cascata. Uno di loro, curiosamente, aveva sotto braccio un casco che sembrava da astronauta. O forse non era affatto un casco. Lo scrittore si avvicinò loro. Il più anziano degli uomini, quello più stempiato, si spostò di qualche metro, rivelando un piccolo bar dietro di sé. Si fece avanti, in direzione dello scrittore, e con accento scozzese gli chiese
- Un Vodka Martini?
Con quella proposta, allo scrittore arrivò anche la seconda delle due illuminazioni. Comprese chi erano quegli uomini, e perché erano lì.
- Sì, grazie, signor Connery – disse con un sorriso, rispondendo allo scozzese.
Diede un sorso al cocktail agitato – ma non mescolato – e disse agli uomini in smoking
- Voi non dovreste essere qui, sapete?
- Ah no? – gli rispose un giovane biondo, ancora inesperto, ma con classe da vendere.
- No. Non è questo il vostro bosco. Ma lo diventerà presto, fidatevi.
- Me ne compiaccio. – disse il signor Moore – Sembra accogliente, qui.
- Lo è. - concluse lo scrittore che adesso qualche idea ce l’aveva – Non sa quanto.
Con un cenno di saluto si allontanò dai sei uomini e prese la direzione della villetta e senza neanche accorgersene smise di camminare e camminare ed iniziò a correre e correre e correre, mentre intorno a lui tutto diventava un miscuglio verdegiallorosso di alberi e persone e pianoforti ed eclissi e deserti e automobili e palazzi che crollavano e medicinali della felicità e cassonetti della spazzatura che si trasformavano in case.
Entrò nella villetta, ancora una volta dalla porta sul retro, salì freneticamente le scale rischiando almeno tre volte di cadere, aprì la porta dello studio, si avvicinò alla scrivania ed eccola lì, la chiave, dov’era sempre stata: accanto alla tastiera di plastica nera lucente. Le lettere smisero di chiedergli “Beh?” e iniziarono a dirgli “Datti da fare”. E lo scrittore, non più senza idee, le ascoltò, perché se c’era una cosa che sapeva, era che bisogna dare sempre ascolto alle lettere e alle penne e all’inchiostro e ai fogli e a tutto il resto. Posò piano le mani sulla tastiera e, con calma, iniziò a scrivere, per la prima volta dopo tanto tempo:
Scritto da edwood86 alle 04:19 in storie, thoughts, mondi, tales from the looking glass
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martedì, 15 aprile 2008
Scritto da edwood86 alle 01:23 in nulla
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lunedì, 03 marzo 2008
Tesi finita. Adesso si possono scrivere.
Cose più serie.
Scritto da edwood86 alle 04:09 in thoughts
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lunedì, 12 novembre 2007

Scritto da edwood86 alle 04:42 in
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martedì, 11 settembre 2007
Scritto da edwood86 alle 04:44 in storie, racconti lunghi, mondi, scrittori
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mercoledì, 05 settembre 2007
this is the beginning of the end
per chi ancora segue questo blog.
Scritto da edwood86 alle 16:08 in comunicati
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mercoledì, 23 maggio 2007
Come se poi fosse importante
L’altalena continuava a fare avanti e indietro, avanti e indietro, come un orologio che quando lo fissi, rende il tempo indefinito e le giornate estenuanti, e a un certo punto neanche capisci più se è l’orologio che si sta muovendo, o se è rotto e se tu che fai destra e sinistra con la testa.
“Come ti chiami?”, fece il Bambino.
Avanti e indietro.
“Andrea.”
“Bene.”
“Bene? Perché bene, dici?”
Il Ragazzo indossava un jeans troppo largo, largo rispetto a una certa misura che era ritenuta giusta dai più, e una felpa nera con una faccia bianca, una felpa troppo pesante per la temperatura che c’era.
L’uomo della tv aveva detto che quello era un giornata da camicetta. Proprio così aveva detto.
Da camicetta.
“Perché è un bel nome.”
“Ah, sì? Beh, ti ringrazio.”
“Figurati.”
E l’altalena faceva avanti e indietro, ma nessuno la spingeva.
Non c’era un filo di vento.
Era proprio una giornata da camicetta. Già già.
“A te non piace?”
“Uh? Cosa?”
“Andrea.”
“Di chi… Ah, il mio nome, intendi.”
“Già.”
“Sì, beh… Sì, direi che mi piace, in fin dei conti.”
“Bene.”
“Bene.”
Il Bambino aveva gli occhi color dell’oro, e i capelli color della pece. Il contrasto dava al tutto un’aria vagamente onirica.
“Vuoi una spinta?”
“No grazie, sto bene così.”
Avanti e indietro.
“Sei solo?”, chiese il Ragazzo.
“Già.”
“Ma dici sempre già, tu?”
“Hmm-mm.”
“Non dici mai, che so, sì?”
“Ah-ha.”
“Dici solo già, quindi.”
“…”
“Ok.”
Un soffio di vento. Ma l’altalena non aumentò per niente il suo ritmo da metronomo.
“Sicuro di non volere una spinta?”
“Sicuro.”
Il vento spostò la frangia nera e lucida del Bambino sul suo sguardo.
Il Bambino liberò i suoi occhi con un gesto rapido e distratto, e indicò, con la stessa mano, un punto lontano.
“Lo vedi quel tizio?”
Gli occhi del ragazzo seguirono il dito, troppo grande per essere di un bambino, ma troppo piccolo per essere di un adulto.
Un Tizio stava in piedi davanti a una sedia, e fissava il cielo. La mano destra era stretta in un pugno. Indossava un lungo vestito bianco, bianco come i capelli che gli scivolavano sulle spalle, bianco come la barba che andava a finire sul petto, bianco come il colore assurdo della sua pelle.
Era come se emanava luce.
“Era come se emanasse luce.”
“Eh?”, fece il Ragazzo.
“Uh?”, fece il Bambino.
“Cos’è che hai detto?”
“Non ho detto niente.”
“Sei sicuro?”
“Già.”
“Giurerei di aver sentito una voce.”
“Forse è stato…”
Il Bambino si zittì d’improvviso, e il Ragazzo lo fissò.
L’altalena si era fermata.
Tic-Toc, Tic-Toc, Tic
Stop.
Fuori dal tempo, ora.
“Aiutami a scendere da qui.”
Il Ragazzo si avvicinò al Bambino, lo prese in braccio e lo posò piano a terra. Poi guardò un Tizio, che adesso si era girato a fissarli, e adesso si stava grattando la guancia destra, e adesso gli stava sorridendo.
I suoi denti erano bianchi come tutto il resto. Come tutto.
Poi tornò a stare in piedi davanti a una sedia, e a fissare il cielo.
“Seguimi”, disse il bambino come fosse un segreto. Si portò il dito indice sulle labbra.
Adesso bisognava fare silenzio.
Il Bambino, scalzo, si infilò per la foresta che circondava tutto, e il Ragazzo lo seguì cauto.
Io non so cosa videro lì dentro, e non credo nemmeno che fosse cosa poi così importante, perché lo scopo era forse soltanto arrivare da qualche parte che non fosse il posto dal quale si era partiti.
Quel che so è che in fondo alla foresta, quando questa si aprì improvvisamente in un gigantesco spiraglio di luce multicolore e quindi bianca, si fermarono.
Una rete metallica d’immensa grandezza era stata eretta lì.
Dietro di essa, facce. Un’infinità di facce.
Bianche. Nere. Rosse. Gialle. Verdi. Verdi? Rosa. D’argento.
E poi corpi. Anzi, no. Parti di corpi. Dettagli bellissimi e insignificanti.
E dietro di loro, costruzioni. Come i Lego.
Costruzioni di
Metallo. Legno. Paglia. Plastica.
E poi parole. E parole. E parole.
Carta. Foglia. Rosso. Dinosauro. Verdeggiante. Mausoleo. Grigliata. Splendido. Tir. Tirante. Destrezza. Ebbrezza. Alcool. Dietro. Morto. Camino. Foglia. Cellophane. Giornale. Giallo. Cassa. Cassa. Tavola. Surf. Mosca. Cieca. Divano. Carlo. Mattatoio. Boh. Ricca. Sdraio. Maturo. Leggère. Lèggere. Leggère. Lèggere.
E dietro tutto questo,
“Cos’è questa roba?”
“E’ una rete, non lo vedi?.”
“Certo che lo vedo. Intendevo cos’è quello che c’è dietro.”
“Non lo capisci da te?”
“Non saprei… E’…. tipo, Tutto?”
“Qualcosa del genere.”
Il Bambino fece una pausa e si aggrappò con un paio di dita alla rete metallica.
Poi disse
“E’ tutto il resto del mondo.”
“E perché non ci possiamo arrivare?”
“Potremo. Un giorno. Un giorno, ma non adesso. Fra non molto.”
“Beh, direi che posso aspettare.”
Il Bambino si staccò dalla rete e fece per avviarsi verso la foresta.
E’ allora, solo allora che il Ragazzo gli chiese
“Come hai detto che ti chiami?"
"Non l'ho detto", fece il Bambino senza rispondere.
Scritto da edwood86 alle 03:23 in ricordi, storie, questo era prima, tales from the looking glass
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martedì, 27 febbraio 2007
Cosa ne pensate di un enorme cerchio rosso? Perché è questo, in parole povere, che dovete fare: immaginarvi un enorme cerchio rosso. Non è che sia poi una gran cosa, a pensarci bene. Ma è così che dovete immaginarvi la cosa. Un enorme, spettacolare disco rosso. Avete presente il vecchio 78 giri di vostro padre? O dovrei dire di vostro nonno? Sinceramente, non so quanti anni abbiate. E in realtà non importa, né mi interessa particolarmente. Quei bei vecchi dischi 78 giravano che era una bellezza. La loro grandiosità stava nel non essere perfettamente tondi. Dio quanto amavo guardare quel disco imperfetto girare e rigirare. Mi piazzavo lì, la linea dei miei occhi perfettamente parallela al bordo del disco. E lo guardavo salire e scendere e salire e scendere. Sapete cosa? E’ così che mi piacerebbe che pensaste a me. Pensate di stare dall’altra parte del disco, c’è solo quello che ci separa, e voi guardate dritto, e vedete i miei occhi ora coperti, ora no, dal disco imperfetto che gira nella sua corsa imperfetta. Come la vita. La vita è una gran ruota, dicono. E gira e volta e gira e volta. Proprio così. Niente di più bello al mondo. Un disco che gira. E cazzo se non è fantastico quel nero lucidissimo. Me lo ricordo, mio padre, quando comprava i dischi. Fatevi i vostri conti, se volete, tanto nemmeno la mia età conta più, e tanto meno quella di Lakan. Magari prima o poi ve le dirò, le nostre età. Non so. Quella di Lakan sicuramente sì. Comunque. Mio padre arrivava a casa con un sorriso più brillante del normale. E con tutta la delicatezza del mondo sfilava il disco dalla sua custodia di cartone. E sembrava felice, se devo dirla tutta. Ma a voi non importa poi tanto di mio padre, credo. Tutto quello che vi occorre sapere, è che il 78 giri fu rimpiazzato dal 45 giri, nel 1948. Negli States, che ve lo dico a fare. E dovette sembrare una cosa pazzesca. Niente più enormi dischi neri. Non lo vedete come è piccolo? Il futuro doveva sembrare lì, nel 1948. Volete un’altra data? Millenovecentosettantotto. Così mi sembra che suoni meglio, non so. Comunque. Millenovecentosettantotto. Qualche incravattato portavoce della Philips annuncia la nascita dello standard Compact Disc Digital Audio. Fine della corsa. Tutto qui, capite? Sono solo trenta miseri anni. Ecco tutto quello che e’ durato. Doveva essere sembrata una gran trovata, al suo inventore. Perché io me lo immagino, l’inventore del 45 giri quel giorno del Millenovecentosettantotto. Me lo immagino davanti alla televisione, per dirla tutta, in vestaglia e tutto il resto, si sta godendo i guadagni, insieme alla sua quasi-vecchiaia. Ha appena festeggiato i trent’anni della sua dannata invenzione: perché diavolo non dovrebbe avere motivo di credere che tra altri trenta, il suo buon vecchio 45 giri sarà ancora là, a farla da padrone? E allora se ne sta lì a fare zapping. Quiz show. Pubblicità. Documentario sugli animali. Quiz Show. Pubblicità. Pubblicità. Bam. Eccolo qui. Bam Bam. Il telegiornale. And now, the news.
“Annunciata oggi l’invenzione di uno standard rivoluzionario, che cambierà per sempre il nostro modo di ascoltare la musica. Il Compact Disc! In diretta da Amsterdam c’è il nostro inviato, che ci raccont…”. Ma il nostro buon inventore ha già smesso di ascoltare da almeno cinque secondi. Ha posato la bollente tazza di caffè che stava bevendo sul mobile che sta di fianco alla sua poltrona preferita. Ha tolto i piedi dal tavolino in legno e vetro che ha davanti, perché sente il bisogno di avere i piedi ben piantati a terra, adesso. Lui ha già smesso di ascoltare, dicevo. Si è puntato su due parole. Non gliele toglie più nessuno dalla testa, quelle parole, perché appena le ha ascoltate, appena gli si sono infilate nelle orecchie, gli ultimi trent’anni della sua vita gli sono schizzati davanti agli occhi. No, non sono Compact Disc, e non sono nemmeno Standard Rivoluzionario. Per niente. No, le due parole sono molto più semplici. E sono Per Sempre. In quanti glielo avevano detto, trent’anni prima, all’alba della sua trovata? E adesso, puff, magia, hanno tutti girato la testa da un’altra parte. I suoi occhi sono vitrei, mentre riflettono quel minuscolo disco argentato illuminato centinaia di volte dai flash delle macchine fotografiche. Sta guardando qualcosa che gli era riuscito di vedere solo la prima volta che si era ritrovato tra le mani un 45 fatto e finito. Sta guardando il futuro. E io me lo immagino, mentre si toglie gli occhiali da vista e li poggia là, accanto alla tazza di caffè ancora fumante. Me lo immagino, mentre la sua mano sale agli occhi, per massaggiare l’attaccatura fra il naso e la fronte. Me lo immagino, mentre sussurra tra sé e sé:
“E’ finita.”
E’ in quel momento che sente la voce di sua moglie dirgli:
“Ehi, tesoro, sei lì? Senti, non è che potresti venirmi a dare una mano? Cos’ha che non va il giradischi, qui?”
“Tesoro?”
“E’ finita”, è tutto quello che gli esce dalla bocca, più piano di un sussurro, in realtà, più piano di un respiro.
“Dovremo chiamare qualcuno per ripararlo, non credi?”.
Ora, non che tutto questo c’entri poi molto con il resto, ma è una bella storia e, prima o poi, credo che andasse raccontata. Lakan mi prende in giro mentre scrivo. Dice che è tutto inutile. Ma io non credo, no. Credo che a qualcosa servirà, tutto questo. E mi piace crederlo. Quindi eravamo lì, ai due lati di un 45 giri, a fissarci a intermittenza. No, era un 78 giri. Come dire, preistoria. Ed è da lì, da dietro un vecchio gigante imperfetto nero e lucido disco della preistoria, che vi racconterò tutto questo. Mettetevi comodi. Se vi concentrate, il movimento del disco vi farà immergere dove voglio io. E allora potrete capire meglio una o due cose riguardo a me e a Lakan. Lui ha solo 12 anni, non vi aspettate granchè. Gli voglio bene e tutto il resto, ma non vi aspettate granchè. Lui è il motivo per cui non abbiamo fissa dimora da 10 anni. Lui è il motivo per cui vi sto raccontando tutto questo. State guardando il disco? Lasciatevi trasportare. Lasciatevi andare. La vita è una gran ruota. Lakan ha un dono, che è anche una maledizione. L’ha ereditato dal nostro bisnonno. Iniziate a capirci qualcosa? Già, Lakan è mio fratello. E un paio di settimane fa mi ha raccontato un segreto. Me lo ha detto nell’orecchio, perché è convinto che certe cose non si possano dire ad alta voce, perché qualcuno in ascolto c’è sempre. Io non ci credo tanto, ma a volte mi fido di lui, e quella era una di quelle volte. Così, mi sono piegato, mettendo il mio orecchio destro a pochi centimetri dalla sua bocca rosa, ho sentito il suo alito caldo entrarmi dentro attraverso il padiglione uditivo, e poi lui ha iniziato a sputare fuori le parole, cercando di parlare sottovoce ma in realtà quasi urlando, come fanno i bambini. E mi ha detto:
“E’ un segreto. Manterrai questo segreto?”
“Certo che lo manterrò, cosa credi?”.
E allora me lo ha detto. Ha detto che lui può fare una cosa che gli altri non possono. Ha detto che lui ha paura di farlo, perché a farlo gli sembra di stare sfidando tutto quello che c’è in cielo e in terra, tutto quello che è più grande di lui, e non sa se può reggere il confronto. Mi ha detto che lui può guardare il sole senza chiudere di un millimetro gli occhi. Che può guardare quella stella ardente quanto gli pare e piace, senza ricavarne alcun dolore. Io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice ad uno che ti ha appena confessato di poter guardare il sole dritto nelle pupille, senza distogliere lo sguardo? Cosa si dice ad uno che sostiene di poter sfidare tutto ciò che è mai stato creato, a partire da ciò che è più spaventoso? Siamo stati un po’ in silenzio, così, senza nemmeno guardarci. Non potevamo farlo nemmeno volendo, data la posizione in cui ci trovavamo. Il suo alito ha ricominciato a penetrarmi nell’orecchio. E dopo qualche minuto io ho girato la testa, ho avvicinato le labbra al suo orecchio sinistro, e gli ho detto:
“E cosa si vede?”
“E’ come un disco. Un 78 giri. Come quelli di papà.”
“Sì.”
“Ma non è proprio come quelli. E’…rosso.”
“…”
“E’ un enorme cerchio rosso.”
“Tesoro, ma cosa ti succede? Dovresti vederti, hai una faccia…”
“Mi stavi chiamando?”
“Eh? Ah, sì, il giradischi. Non capisco cosa gli prende.”
Allora lui si avvicina all’apparecchio, si abbassa, prende un disco dalla sua collezione, lo sfila dalla custodia e lo mette su. Prende con delicatezza la puntina, la piazza nel punto giusto come ha già fatto un milione di volte e aspetta. Solo che questa volta non succede niente. Nessun suono. Nessuna reazione. Allora, con estrema calma, solleva la puntina e aspetta che questa ritorni nella sua posizione di partenza. Poi prende il disco e lo infila di nuovo nella custodia. Si abbassa e lo rimette al suo posto. Tutto questo accade in silenzio, tenetelo a mente. Si rialza e va verso il suo studio, mentre la moglie lo guarda incuriosita. Quando, pochi istanti dopo, torna in soggiorno, in mano ha una lunga mazza da baseball autografata. E con estrema lentezza e con estrema violenza e con estrema disperazione e con le lacrime che gli bruciano le guance, inizia meticolosamente a distruggere il giradischi. Un colpo, due, tre. La moglie gli sta dicendo qualcosa, ma lui oramai non sente più niente, non può sentire più niente, non prova più niente, non può provare più niente.
State ancora guardando il disco che gira? O state guardando i miei occhi che appaiono e scompaiono dietro? No, vi dovete concentrare sul disco, che sale e scende e sale e scende.
Ecco, così. Da bravi.
Vedete l’enorme cerchio rosso, adesso?
TO BE CONTINUED
Scritto da edwood86 alle 06:32 in ricordi, storie, thoughts, buio, questo era prima, fotogrammi di vita, tales from the looking glass
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sabato, 27 gennaio 2007
Prologo (per un'epoca d'ombra)
Il cielo era color ciliegia, non ho assolutamente alcun dubbio al riguardo.
E questo è un fatto.
Ora, tutto quello che c'è da dire è che, quel giorno, un giorno qualsiasi del decimo anno a partire da questo e andando all'indietro, Boston Hesse rideva, guardando il cielo color ciliegia.
E rideva di gusto, ve lo posso assicurare. Se non ci credete, sono fatti vostri. E' così che Greg lo ha raccontato a me, e così io lo ripeto a voi, chiaro?
Nessun trucco. Si sentono tante di quelle stronzate, in giro, e il fatto è che a me non va di aggiungerne altre alla lista. E' che ne ho le palle piene, d’accordo?
No, non ce l'ho con voi. E' solo che il tizio vestito di bianco - ma certi giorni anche di azzurro chiaro - non è ancora venuto a trovarmi, e io in tutta onestà inizio ad agitarmi. Di solito a quest'ora è già arrivato. Qualche volta può capitare che indossi un elegante spezzato blu e grigio. Come ti aspetti di vedere vestito uno stagista d'ambasciata. Tanto per rendervi l'idea. Ha degli orari davvero precisi, lui.
Mai che sgarri di un secondo. Non che io possa rendermene davvero conto, comunque.
Ma oggi non arriva più. Cosa dicevo?
Ah, sì. Ora ricordo. E' che ho questi buchi, sapete. Problemi col tempo, anche. Disfunzioni, più che altro. Quel tizio, quello che oggi puttana ladra non si è ancora presentato, lui le chiama “disfunzioni temporali”. Qualcosa del genere, paroloni, comunque. Spero capiate. Almeno, che capiate voi, perché io, io vi assicuro che non capisco.
Ha un importante pezzo di carta, lui. Lo tiene attaccato nel suo ufficio color crema, in una cornice che gli ha regalato sua moglie il giorno in cui erano passati non so quanti minuti da quando si erano conosciuti la prima volta. E’ per via di quel pezzo di carta, che la maggior parte della gente si fida di lui. Io? No, io non mi fido di nessuno.
Parlavo di tempo come passare dei secondi. Non tempo atmosferico. Con quello, dio sia lodato, non ho alcun problema. E lo so, lo so perfettamente che il giorno in cui il cielo era color ciliegia, splendeva il sole. Rosso come un martello. Sarà stato per quello, se il cielo era color ciliegia?
Io non vi racconto cazzate, mi sembra di avervelo già detto. Una volta al supermercato la donna di colore che stava dietro la cassa ha detto che viviamo solo per certi momenti. Non per ogni frazione di realtà che passa. No, solo…alcuni. Beh, è così? le ho chiesto io. Sì, m’ha risposto. Allora io le ho detto se è così, allora vorrei proprio fare due chiacchiere con chi decide per quali momenti viviamo. No?
E’ che io non mi sono riuscito a ricordare della signora di colore fino a diciottomila minuti fa. Ed è per via del mio problema, cosa volete farci. E’ un problema mnemonico, credo si dica così. Niente di cui avete già sentito, ne sono quasi sicuro. Almeno, io non ricordo di averne mai sentito parlare. Magari me ne ricorderò fra settecentotrentatre giorni. Non me ne ricordo adesso, comunque. E sono una persona comune. Normale. Oppure cerco solo di sembrarlo. Quindi, se io non ho mai sentito parlare di una cosa, immagino che non la abbiate sentito parlare neanche voi. Collegamenti mentali, sapete. Una mela messa insieme ad un’altra mela diventa due mele. Questo te lo insegnano a scuola. Quella, sì, me la ricordo. E’ passato abbastanza tempo. Ah. E’ la mia disfunzione. Ho problemi anche con i numeri, non so se ve l’ho detto. Ma quella è solo una mania.
Io ero una persona importante, ve lo hanno detto? Forse il mio nome lo avete sentito. O letto, non so. Ma non ha importanza. Era solo per dire che non abito da sempre qui. Ho conosciuto il tizio vestito di bianco – ma che di tanto in tanto ha una macchia di caffè piccola come un neo, ma io la vedo lo stesso – solo un quarantotto mesi fa. Più o meno.
Vorrei ricordarle tutte, le storie che ho sentito. E’ perché voi siete qui, oggi, siete qui per ascoltarle e a me non va che rimaniate delusi. Ci tengo a queste cose, davvero. Sono ben educato. Ma non le ricordo. Però – già, c’è un però – per vostra e mia fortuna poco fa me ne è saltata in mente una. L’avrò sentita novecentosettantatremila minuti fa. O giù di lì. Difficile che sbagli in queste cose. Ho una disfunzione, è vero. Ciò non vuol dire che io non sappia con esattezza quando le cose accadano. E’ solo che non me le ricordo. Non subito, almeno. E potete stare sicuri che quel giorno il cielo aveva il colore di una ciliegia. Una grossa ciliegia appena colta. Non dico cazzate, io. Vi ho già detto che Boston Hesse rideva, non è vero?
Il Signore, forse, sa perché ridesse così di gusto. Nemmeno Greg lo sa, figurarsi. E lui sa quasi tutto, solo che non lo dice. Anche lui ha delle disfunzioni temporali. Questo posto è stato costruito apposta per quelli come noi, poche centinaia di giorni dopo che il Morbo si diffondesse. Anatemporosi, è così che lo chiamano i parrucconi. Quelli con i pezzi di carta in mano, per dire.
Una volta il cappello mi è volato via dalla finestra. Ho sempre il cappello in casa, io. E’ per coprirmi dalle perdite. Non sopporto l’idea che l’acqua sporca del mio vicino mi goccioli in testa. E così il cappello mi è volato giù. Un normale cappello marrone scuro, di quelli che una volta portavano i detective. Sam Spade o giù di lì. Allora io mi sono affacciato, e ho visto un uomo che se lo aggiustava in testa. Capito? Il cappello gli si era ficcato perfettamente sulla testa. Non è che vi tratti da stupidi, ma è una cosa un po’ difficile da credere. Lo posso capire. Non ci credevo neanche io. Il tizio si stava allontanando, e a me piaceva quel cappello, era un regalo di due milioni di secondi prima, e così sono sceso a riprendermelo. Giù in strada, gli ho toccato la spalla, e lui si è girato. Aveva una grossa voglia violacea sulla guancia destra, e il suo occhio destro sembrava di vetro. Questo me lo ricordo bene.
“Ha intenzione di ridarmelo?”, gli ho detto.
“Cosa?”, mi fa lui, e io gli faccio un segno con la testa verso l’alto invece di dirgli soltanto
“Il cappello.”
“Perché dovrei farlo?”
“Beh”, gli ho detto, “perché è mio”.
Lui si è girato senza dire una parola, guardandomi come si guarda un pazzo. Così, gli ho toccato di nuovo la spalla. Non avreste fatto lo stesso, voi altri?
“Su, me lo ridia.”
“Ci tengo”, ho aggiunto subito dopo.
“E’ un regalo”, ho aggiunto dopo qualche altro secondo.
“La smetta di darmi fastidio. Questo cappello è mio.”
“Mi è volato dalla finestra. E’ caduto dritto sulla sua testa.”
“Se ne vada.”
Gli ho dato un pugno dritto sulla voglia violacea. Dopo pochi secondi eravamo a terra, e poi sono arrivati gli uomini vestiti di nero con i distintivi argento attaccati al petto e i loro nomi scolpiti sopra e ci hanno separati e mi hanno portato via e sono potuto tornare a casa soltanto ventottomila e ottocento secondi dopo. Mentre aprivo il portone di casa, lo sguardo mi è caduto nel vicolo alla mia destra. C’era qualcosa di marrone, a terra, tutto schiacciato, ma l’ho riconosciuto subito perché era ben illuminato dalla luce del sole, un sole bollente, e quindi ho capito subito che non potevo sbagliarmi. Era quello, il mio cappello. Quel giorno una cosa l’ho imparata. A volte è meglio fidarsi di quello che ti dicono le persone con le voglie violacee. Specie riguardo ai cappelli che portano sulla testa. Difficilmente vi mentiranno.
Greg, neanche lui vi mentirà mai. E’ per questo che dovete credere a questa storia. Dovete crederci, se vi dico che Boston Hesse stava ridendo di gusto mentre un piccolo aeroplano privato – che, ho sentito dire, poteva trasportare un massimo di cinque persone pilota compreso, e quel giorno era al massimo della sua capienza – si avvicinava ad una velocità di cinquecentotrentadue chilometri all’ora alla sua grossa faccia tonda. E’ perché lui voleva trovarsi lì. Per quello rideva. Ed era stato proprio Greg a spedircelo. La disfunzione di Greg si chiama Post-temporosi. Vuol dire che lui si ricorda cose. Cose che nessun altro ricorda. Ma questo non significa che sia un bene. Nessun altro se le ricorda, perché non sono mai successe. No, scusate, ho sbagliato a esprimermi. Volevo dire, perché non sono ancora successe. Come? No, non è un sensitivo. E’ una malattia, non c’è niente di così romantico. O esoterico. E’ solo malato. Come me. Non siamo maghi da baraccone. Non c’è alcun prestigio, in quello che ci capita. Greg, lui non vede le cose: lui se le ricorda. Solo che tecnicamente non può ricordarsele, perché non sono ancora accadute. E Boston Hesse voleva morire, questo è un altro fatto da tenere a mente. Così è andato da Greg per chiedergli come doveva fare, per sembrare che fosse un incidente. Greg, lui all’epoca parlava ancora spesso. Così è riuscito a spiegarglielo, come doveva fare. Greg, oggi, riesce a dire una sola parola. Anzi, per la verità non è che sia proprio una parola. È un suono, più che altro.
E non vi ho neanche detto un’altra cosa, che è poi il motivo per cui mi state ancora ascoltando. Siete fortunati che il tizio vestito di bianco – ma che porta sempre delle scarpe da ginnastica gialle e nere – non è ancora arrivato, altrimenti non lo sapreste mai.
Quando la punta bianco sporco del piccolo aereo privato si schiantò sul naso di Boston Hesse fece un rumore. Non fece rumore, ma fece proprio un rumore. Dovreste conoscere Greg per capirlo. Come spiegarvelo? E’ un rumore simile a quello che si ascolta quando dopo quattromilaottocentosessanta secondi che siete nel letto qualcosa scatta sotto di voi, e vi svegliate di soprassalto completamente zuppi di sudore, simile a quello dei bambini che credono di volare saltando sul tappeto elastico. Il suono che forse un essere umano produce venendo al mondo, uscendo da lì dentro.
Fece
tunng.
In una parola.
Scritto da edwood86 alle 03:45 in storie, buio, fotogrammi di vita, tales from the looking glass
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giovedì, 14 dicembre 2006
Scritto da edwood86 alle 01:57 in storie, racconti lunghi, fotogrammi di vita
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lunedì, 16 ottobre 2006
Il cameriere più giovane indossava, esattamente come tutti gli altri, una camicia bianca e un gilet blu scuro, e si muoveva con passi veloci ma sicuri fra i tavoli rotondi che occupavano la sala. In perfetto equilibrio sulla mano destra portava un luccicante vassoio di finto argento sul quale danzavano, senza perdere nemmeno una goccia, bicchieri riempiti da una discreta quantità di champagne. Avvicinandosi all’uomo che sedeva, solo, al tavolo in fondo alla grande stanza, guardò l’orologio: non mancava poi molto alla fine di quella serata.
- Champagne, signore?
- Cosa? Ah, no, grazie.
- E’ sicuro, signore? E’ un ottimo champagne, sa.
- Oh, certo, non ne dubito ma…vede, c’è qualcuno, qui dentro, che ne ha bevuto già abbastanza anche per me…
L’uomo, che parlava con un tono talmente basso da essere compreso con difficoltà dal cameriere, indicò una signora sui quarant’anni, che parlava allegramente con un distinto signore di un paio di lustri più vecchio di lei. Il ragazzo fece un mezzo sorriso.
- Certo, signore. Capisco perfettamente.
- E poi, ho intenzione di andarmene a momenti.
- Buona serata, in questo caso, signore.
Il cameriere si allontanò con i bicchieri. A giudicare dal comportamento delle persone presenti in sala, la cena doveva essere effettivamente giunta al termine. I convitati iniziavano ad alzarsi compostamente e a salutare a destra e a sinistra, gli uomini si stringevano vigorosamente le mani, i capannelli formati dai più giovani producevano grossi scoppi di risa, le signore non mancavano di lasciarsi con vaghe promesse riguardanti altri incontri “una di queste sere”. Era ormai da un quarto d’ora buono che l’orchestra aveva smesso di suonare, i piatti erano semivuoti, le pance piene. Ma l’ultimo boccone di filetto se ne stava lì nel piatto, e fissava intensamente, quasi con aria di sfida, gli occhi di Madison Tucker, senza sapere bene cosa aspettarsi da costui. Ma il signor Tucker aveva altro a cui pensare, in quel momento. Dalla sua posizione, infatti, egli poteva distintamente notare sua moglie, la signora Mary Plein in Tucker, flirtare disinvoltamente con un uomo brizzolato di innegabile fascino. Dio solo sa se i gesti di Mary erano guidati solo e soltanto dall’alcool, e non da un reale interesse per quell’affascinante cinquantenne. Nondimeno, Dio solo dovrebbe sapere anche quanto Madison Tucker odiasse le cene, di qualunque genere queste fossero.
A quella in questione – organizzata in occasione del decimo anniversario dell’Associazione per il Bene Comune, della quale Mary era sostenitrice e finanziatrice rinomata e rispettata – Tucker era stato portato, anzi sarebbe meglio dire trascinato, proprio da sua moglie. Da sua moglie che ora si stava lasciando andare con quell’odioso personaggio brizzolato, abbandonando Tucker da solo con l’ultimo boccone di filetto. Roba da matti, pensò accendendosi una sigaretta e facendo distrattamente cadere la cenere nel piatto.
Tucker non era mai stato una persona molto socievole. Possiamo tranquillamente dire anzi che tutte le amicizie che egli aveva stretto nel corso degli ultimi vent’anni – vale a dire dal giorno in cui aveva pronunciato quel famoso “Lo voglio” – erano merito di Mary.
Mary, lei si che era socialmente attiva. Diavolo, faceva parte dell’A.B.C., l’Associazione per il Bene Comune conosciuta e rispettata in tutto il paese. Se non era lei una persona socievole e cordiale, chi poteva mai esserlo? Almeno, così pensava la gente. Ma la gente, si sa, pensa tante cose. In realtà, quando voleva essere scontrosa, serafica, o esplicitamente cattiva, non aveva assolutamente nessun problema a farlo, e anzi si trovava del tutto a suo agio nell’usare atteggiamenti del genere, specialmente nei confronti del marito. Ed è proprio così che si comportò con Madison Tucker, quando questi le si avvicinò, stremato dalla serata, e le mormorò
- Possiamo andare a casa, cara? Sono stanco e devo guidare fino a casa, che non è proprio dietro l’angolo…
Mary lo guardò con gli occhi spiritati, e abbracciando l’odioso brizzolato disse
- Complimenti, Madison, eri quasi riuscita a farmi dimenticare quanto fossi noioso.
Poi, stringendosi ancora di più all’uomo
- Madison, conosci già Tyrone Bulberry? Ma cosa te lo chiedo a fare, poi, tanto non conosci mai nessuno, tu.
Finì il bicchiere di champagne che aveva nella mano destra e lo lanciò da qualche parte dietro di lei. Non si sentì nemmeno il rumore del vetro che si frantumava: doveva essere stato coperto da quel insopportabile turbinio di voci. Mary riprese a parlare, servendosi di larghi gesti con le braccia, come a sottolineare l’importanza e la verità delle sue parole.
- Filantropo, e inoltre artista egli stesso, per passione! Generoso finanziatore per mestiere! E, soprattutto, ideatore e massimo promotore di tutte le attività dell’A.B.C.!
Il signor Bulberry si esibì in una fastidiosa e supponente risatina, e baciando la mano della donna le disse
- Oh, Mary, lei mi lusinga.
Dopodichè si rivolse a Madison dicendo
- E’ un piacere incontrarla, signor Tucker. In tutta onestà, mentirei se le dicessi che sua moglie mi ha parlato molto di lei, ma il suo nome, almeno qui in città, devo dire che è abbastanza conosciuto. Sa, quella orrenda storia di quel palazzo nel…quando è stato? Cinque anni fa? Dieci, forse?
- Tanti anni fa. E’ successo tanti anni fa. – mormorò Madison, fissando il pavimento ricoperto dai mozziconi di sigaretta.
Il tono chiaramente offensivo con cui aveva parlato quello stupido Tyrone lo aveva indisposto alquanto e, come per ripicca, stringendogli la mano con forza ringhiò a bassa voce
- Piacere mio, signor Bulberry. Ora, cara, non potremmo andare a casa? Per favore?
- Oh, Madison, ti prego…smettila…
- Mary…
- …quando mi sto divertendo devi sempre…
- Mary…
- …e sei così imbarazzantemente noioso, Madison e io non…
- Sei ubriaca, Mary. Sarà meglio andare a…
- Non venirmi a dire quello che è meglio per me! Non ci provare nemmeno!
Aveva gridato con tutta la voce che aveva in corpo, isterica, barcollando di pochi passi verso il marito e attirando su di sé gli sguardi di tutti gli ospiti della cena. Dio, pensò Madison, questo non sarà certo un bene per la sua reputazione nell’A.B.C. E. in un certo senso, trovò in quel pensiero un malsano senso di soddisfazione. Si sarebbe potuto sentire l’odore pungente dell’alcool provenire dall’alito di Mary anche da un chilometro di distanza.
- Risparmiami queste inutili scenate, Mary. Te ne prego. E ora, se vuole scusarmi, signor Bulberry, porto mia moglie a casa.
- Oh, nessun problema, capisco perfettamente, signor Tucker. Buona notte.
- Buona notte.
- Buona notte, mia cara.
- Smettila di tirarmi il braccio, stupido, so benissimo camminare da…oh…buonanotte, signor Bulberry! E grazie di tutto! Davvero, grazie di cuore, davvero! Senza di lei…
Ma Madison interruppe bruscamente il discorso di ringraziamento della moglie, tirandole il braccio ancora con più forza. Mentre i due si dirigevano goffamente alla porta, Madison poteva sentire distintamente ognuno di quei duecento e più occhi fissarlo con un’intensità capace di fondere il metallo. Erano molto vicini alla porta, ormai, ed egli stava proprio per tirare un gran sospiro di sollievo quando la moglie riuscì, strappando tra l’altro una manica del proprio costosissimo vestito, a liberarsi dalla stretta del marito e ad esclamare con voce stridula
- Mio marito, signore e signori! Che non manca di trasformarsi in mio personale carceriere, quando ne sente il sadico bisogno, come potete ben vedere! Madison Tucker, in persona! Sì, proprio quel Madison Tucker! Avete capito bene! Il responsabile, amiche e amici! Il responsabile di tutte quelle vite! Mettetevelo bene in testa, che ho sposato un assassino! Mettetevelo bene in testa!
Le persone che erano rimaste per gli ultimi saluti nel grande salone proprio non sapevano non solo cosa pensare, ma neanche dove guardare. Per fortuna, Madison riuscì ad agguantarla per il braccio ancora una volta, sibilando con rabbia
- Andiamo, Mary.
Diede un’occhiata imbarazzata alle persone che stavano più vicine ai portelloni di emergenza, le quali si sforzarono di sorridere con pessimi risultati, e spingendo con la mano libera il maniglione antipanico riuscì finalmente a respirare un po’ dell’aria fresca di quella notte.
- Bulberry… - sussurrò trascinando la moglie verso la macchina esattamente come lui era stato trascinato a quella cena, caricando ognuna di quelle lettere con il suo più totale disprezzo.
- Che stupido nome.
Inserì la chiave, accese il riscaldamento e partì nel buio della notte.
Mary si chiuse piano gli occhi non appena la sua nuca toccò il poggiatesta della station wagon, e si addormentò immediatamente; per cui, durante tutto il tragitto, nessuno dei due pronunciò nemmeno una parola. La strada era deserta, in giro c’era solo qualche senzatetto in cerca di un riparo per quella notte particolarmente fredda.
Madison non riusciva a pensare assolutamente a nulla: la sua mente era come ottenebrata dalla rabbia. Non riusciva a credere all’umiliazione che avevano entrambi appena subito a causa di Mary e del suo dannato problema con l’alcool. Non che gli importasse poi molto, ma già sapeva che Mary, non appena si fosse ripresa, avrebbe dato a lui la colpa di tutto l’accaduto, e lui se ne sarebbe stato zitto e non avrebbe avuto la forza di ribattere come succedeva oramai quasi ininterrottamente da cinque anni, da quando il loro rapporto aveva iniziato a disintegrarsi, da quel giorno, quel giorno maledetto in cui avevano perso la vita quasi trenta persone. Quella giornata che, per Madison, era un chiodo fisso. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo non riuscisse a dormire, ossessionato ogni notte da quel ricordo, dai flash che gli martellavano il cervello continuamente, perfetti in ogni minimo dettaglio, e poi i suoni e gli odori, che gli tornavano in testa come se li stesse sentendo in quel preciso istante, proprio lì, mentre stava nel suo letto cercando inutilmente di prendere sonno. E, poi, c’era il pensiero che non era in grado di abbandonare, l’ultimo scoglio su cui si aggrappava disperatamente durante quelle terribili nottate, le uniche parole in grado di calmarlo, le uniche che lo tenevano lontano dalla completa pazzia.
- Non sono stato io. Non è stata colpa mia.
Continuava a ripeterselo mentalmente e, quando se ne convinceva, allora le cose andavano un po’ meglio, e allora forse riusciva anche a dormire per un’ora o due. Ma le notti in cui proprio non ci riusciva in alcun modo, quelle in cui era sicuro che sì, era stata proprio colpa sua, e niente e nessuno gli avrebbero mai fatto cambiare idea, quelle notti Madison non aveva dubbi che, prima o poi, avrebbero finito per ucciderlo.
Dopo aver atteso che l’ultimo semaforo diventasse verde, Madison svoltò a sinistra e si ritrovò davanti la strada che lo avrebbe portato a casa, gli ultimi cinquecento metri. Le case che costeggiavano a destra e a sinistra la carreggiata, lungo Sunshine Lane, sembravano un po’ tutte uguali, e anche la strada stessa non si sarebbe potuta distinguere da mille altre che formavano la città se non grazie a qualche insignificante particolare. Ognuno aveva la sua villetta bianca, con il suo bel tetto a spiovente ricoperto di tegole rosse, un giardino più o meno curato, un cancelletto d’ingresso in legno bianco – più o meno verniciato – così come tutti avevano cassette per la posta scintillanti, biciclette dei bambini poggiate agli steccati divisori, porte in legno d’acero sulle quali, tra poche ore, sarebbe sbattuto il giornale del mattino – lo stesso giornale al quale tutti erano inevitabilmente abbonati.
A Madison proprio non poteva andare giù tutta quella omologazione, tutta quella precisione, tutta quella finzione che la gente di Sunshine Lane – così come quella di tutte le altre strade della città – nascondeva dietro il portico ben illuminato, il dondolo mai arrugginito, il sorriso smagliante ogni mattina, la grigliata domenicale alla quale tutto l’isolato era naturalmente invitato.
E poteva mandare giù ancora di meno il fatto che, in fondo, anche egli vi fosse completamente inserito, o meglio inglobato, e a poco gli serviva sapere perfettamente che questo fosse a causa solo e soltanto del comportamento e dei desideri di Mary, comportamento e desideri di cui era perfettamente al corrente anche il giorno in cui l’aveva sposata, quindi di cosa lamentarsi, poi? Certo, l’atteggiamento della moglie nei suoi confronti era radicalmente cambiato dal giorno dell’incidente al palazzo di Bloomberg Avenue, tanto da rendergli molte giornate – ma soprattutto serate – al limite dell’umana sopportazione, ma lui, oramai, era riuscito a costruirsi una sorta di barriera dietro la quale si trincerava quando proprio non ne poteva più, quando l’avrebbe strangolata con le proprie mani. Si difendeva per non attaccare, insomma: esattamente quello che aveva fatto quella sera.
- Mary…
- ...’sciami stare…
- Mary, siamo arrivati a casa.
Quando scese dalla macchina, Mary fece qualche passo barcollante in direzione del portico. Poi improvvisamente si fermò, e si girò a guardare stranita il marito, come se non sapesse bene cosa fare, o come se lo sapesse ma stesse cercando di ricordare come farlo. Infine, si piegò in due sulle ginocchia e vomitò violentemente. Madison fece per avvicinarsi, ma la moglie lo fermò con un gesto deciso della mano.
- N-Non…non ti preoccupare per me, ok? Sto bene…s-to, sto…
Mary stava provando ad alzarsi, ma un altro violento conato la fece crollare a terra, ormai completamente distrutta. Madison si avvicinò, la sollevò da terra mentre continuava a mormorare “Sto bene…ce la faccio…”, la portò nel bagno, la spogliò e la fece entrare con dolcezza nella box doccia. Dopo averla lavata con cura, le fece indossare una camicia da notte e la infilò nel letto. Poi, finalmente, si sdraiò accanto a lei sotto le pesanti coperte invernali.
Durante tutta l’operazione, Mary non aveva pronunciato nemmeno una parola. Madison spense l’abatjour che aveva sulla sinistra e se ne stette lì, nel buio, a fissare il soffitto senza pensare a niente in particolare. Solo, aspettava, come ogni notte, che le immagini e i ricordi arrivassero a torturagli il cervello. Adesso fuori aveva iniziato a piovere, e la casa sembrava come sotto assedio. Mary si girò sul lato destro, tirando a sé le coperte. Ora lo stomaco iniziava a calmarsi, ma aveva ancora quel sapore terribile in bocca, e inoltre era così stravolta da non riuscire nemmeno a prendere sonno. Dopo essersi girata e rigirata per diversi minuti, accese la luce sul comò e si girò verso il marito
- Madison, sei ancora…?
Ma il posto accanto al suo era vuoto.
La mattina seguente, la schiena di Madison Tucker era letteralmente pezzi. Il divano sul quale si era addormentato guardando la televisione – adesso ancora accesa – aveva perso diverse molle, e non era poi così comodo per dormirci come aveva pensato qualche volta. Ebbe grosse difficoltà anche solo a sollevarsi a sedere, e impiegò diversi minuti a cercare il telecomando per porre fine a quell’insopportabile spettacolo mattutino. Alzò tutti i cuscini del divano, spostò i braccioli, controllò sotto di esso: niente da fare. Si rassegnò ad alzarsi in piedi e a spegnere il televisore manualmente. Dopo essersi assicurato che la moglie stesse ancora dormendo, si recò in cucina a fare colazione. Mise la caffettiera sul fuoco, prese una tazza pulita, aprì la dispensa, prese i cereali e poi il latte in frigo, aspettò che il caffè fosse pronto, poi mischiò il tutto e si mise a sedere al tavolo della cucina, rivolgendo le spalle alla porta e lo sguardo alla finestra.
Era una bellissima giornata, il sole illuminava tutto in un modo che aveva qualcosa di irreale. Anche il latte aveva assunto un colore strano. Inoltre, guardare le persone fuori che camminavano svelte avvolte in pesantissimi cappotti di montone mentre quel sole così forte accendeva i colori della cucina, dava a Madison una strana sensazione, come se le cose andassero in qualche modo al contrario.
Proprio mentre ci rifletteva, Mary entrò in cucina alle sue spalle, facendolo sbandare quando improvvisamente gli sfilò accanto dicendo
- Ciao.
- Ciao.
Aveva un aspetto terribile, ma Madison le chiese lo stesso
- Dormito bene?
- Più o meno. All’inizio non ci riuscivo, e te lo volevo dire ma tu non c’eri.
- Sì.
- Perché?
- Perché cosa?
- Dov’eri?
- In salotto. Non avevo sonno.
- Sì, ma non ci sei venuto nemmeno dopo, a letto.
- Infatti.
- …
- Mi sono addormentato sul divano.
- Capisco. C’è ancora del caffè?
- Nella caffetteria.
Mary si diresse verso i fornelli, e lui la guardò attentamente, cercando di capire se stesse accuratamente evitando di parlare della sera precedente o se, semplicemente, non se ne ricordasse. In cuor suo, sperava che la seconda ipotesi fosse giusta, perché proprio non ce l’avrebbe fatta a reggere una litigata sull’argomento appena alzato. Anzi, a dirla tutta, non ce l’avrebbe fatta nemmeno di pomeriggio, o di sera, o di notte: sperava, insomma, che l’argomento svanisse, si dissolvesse nella nebbia dei ricordi.
- E questo che ci fa qui? – chiese Mary all’improvviso.
Madison la guardò: aveva in mano il telecomando, tenendolo sospeso a mezz’aria con aria disgustata, come se fosse stato un fazzoletto sporco. I telecomandi devono avere una vita notturna propria, pensò. La mattina non sono mai dove sai di averli lasciati la sera precedente. Mary lo aveva tirato fuori dal cassetto delle posate, era proprio lì, infilato tra i cucchiaini e i coltelli. Incredibile.
- Oh, non ne ho la minima idea. – disse Madison, rispondendo alla domanda.
- Non sai mai niente, tu. – disse Mary, portando il telecomando nel salone.
- E comunque, il caffè è finito. – aggiunse tornando in cucina.
- Infatti.
- Come sarebbe a dire “infatti”? Tu mi hai detto che…
- Ho detto “nella caffetteria”, non “caffettiera”.
- Molto divertente, Madison. Davvero. Potrei sentirmi male.
Mary mise su dell’altro caffè, apparecchiò la tavola per la sua colazione, si sedette davanti al marito e gli disse
- Senti…
- Sì?
Ecco che arrivava la domanda che temeva. Cazzo. Sapeva che sarebbe arrivata.
- Riguardo a ieri sera…
- Dio! Com’è tardi! Devo scappare!
Madison finì il latte che ancora aveva nella tazza con una lunga sorsata, poi si alzò, afferrò il cappotto pesante dall’attaccapanni all’entrata e se lo abbottonò per bene, dopodichè prese la sua borsa da lavoro e si avviò verso la porta. Proprio quando stava per uscire, la moglie lo chiamò.
- Madison…
- Cosa c’è Mary, sono in ritardo e…
- La tua cravatta. – disse lanciandogliela.
Madison mormorò
- Grazie – e uscì di casa.
Non appena fu fuori, un folata di vento gelido lo colpì in pieno, quasi come se ce l’avesse proprio con lui. Si alzò con calma il bavero del cappotto e si avviò verso la station wagon. Ora che era fuori anch’egli, il contrasto fra il sole e il freddo gli sembrava ancora più forte e ancora più straniante. Un attimo prima di entrare in macchina, si fermò a guardarsi intorno: dalla sua posizione poteva vedere una decina di uomini, all’incirca della sua età, intenti a fare esattamente quello che stava facendo lui, e cioè salire sulle proprie station wagon per recarsi a lavoro. La precisa somiglianza dei gesti di tutti loro gli fece venire un brivido: erano come un esercito, perfettamente addestrato a muoversi in gruppo. Un passante occasionale avrebbe potuto dedurre senza problemi dalla scena che si trattasse di qualcosa di preparato; magari, avrebbe avuto timore a passare in mezzo a quella inquietante schiera di uomini e station wagon, pensando forse ad un improbabile ripresa di un film. Madison, invece, sapeva che era tutto vero; ma la cosa peggiore, quella che gli faceva accapponare la pelle per davvero, era il fatto che lui fosse uno dei protagonisti di quel grottesco spettacolo di omologazione, che si ripeteva ogni giorno, e ogni giorno, e ogni giorno. Anzi, a ben vedere oggi era ancora peggio. Oggi era Madison Tucker, la superstar dello show: gli occhi di tutti i vicini erano puntati infatti su di lui, ma non appena Madison provava ad incrociare il proprio sguardo con quello degli altri, questi improvvisamente erano tutti concentrati a dare un’occhiata al sistema d’irrigazione del giardino, a controllare che le ruote delle auto fossero a posto, a infilare con una veemenza assolutamente fuori luogo la chiave nella portiera della macchina.
- Al diavolo. – sussurrò tra i denti, entrando nella Volkswagen. Infilò la chiave nella serratura per l’accensione, aprì i bottoni superiori del suo cappotto blu scuro, si annodò per bene la cravatta, attaccò la cintura di sicurezza, inserì la retromarcia e partì piano nel vialetto che lo separava dalla strada. Non prestò troppa attenzione a quello che facevano gli altri automobilisti, perché sapeva che quello dell’uscita mattutina era un numero preciso quanto un balletto di nuoto sincronizzato, e che tutti sapevano perfettamente cosa fare per evitare spiacevoli incidenti. Quando ebbe finito di svoltare e la macchina fu perfettamente disposta nella giusta corsia, guardò con disgusto lo specchietto retrovisore. Una fila di macchine identiche stava dietro di lui, aspettando che si muovesse. Ebbe per un attimo l’idea di spegnere il motore, scendere dalla macchina e tornarsene a dormire. Probabilmente, pensò, non avrebbero nemmeno protestato: semplicemente, sarebbero rimasti tutti lì increduli, come attori che si stupiscono perché un loro collega è appena andato fuori copione. Ma lasciò perdere, ingranò la prima e la macchina si mosse docilmente in avanti. In fondo alla strada svoltò a destra, poi proseguì per la solita, monotona strada che lo avrebbe portato all’ufficio. Passando davanti al ristorante della sera precedente, si fermò un attimo. All’interno, si poteva vedere un folto gruppo di ragazzi intenti a smontare gli addobbi della festa.
- Al diavolo – mormorò nuovamente. Poi, ripartì.
Lo studio era ancora semivuoto quando Madison Tucker arrivò. Salutò con un cenno un paio di segretarie particolarmente mattutine, frugò in una tasca della giacca fino a trovare le chiavi del suo ufficio, entrò, si chiuse la porta alle spalle e finalmente, tirò un sospiro di sollievo, come sentendosi veramente a casa. Prevedeva una sonnacchiosa giornata di routine, e questo fu esattamente ciò che ebbe. Verso ora di pranzo un suo collega, Gordon Kerry, bussò alla porta, e Madison lo fece entrare.
- Qualche problema, Gordon?
- No, no, niente d’importante. Solo, non riesco a trovare la mia planimetria della palestra di North Heaven. Non è che potresti prestarmi la tua?
- Nessun problema.
- E’ solo per un attimo.
- Non c’è nessun problema, Gordon.
Madison si avviò verso la sua libreria. Il foglio in questione era in uno dei ripiani più alti e, nello sforzo di afferrarlo, distrattamente fece cadere un pesante incarto, ma sul momento non ci badò molto. Trovò la planimetria e la diede al collega.
- Grazie mille, Mad.
- Di niente.
Gordon fece per uscire, ma all’improvviso si fermò.
- Ah, Mad…
- Sì.
- Ci sarebbe un’altra cosa…
- Dimmi.
- No, niente…è solo che mia moglie mi ha raccontato del…dell’incidente di ieri sera, e…
- Incidente?
- Beh, non c’è bisogno che fai così con me, Mad, ci conosciamo da tanto in fondo e…dai, insomma, lo sai, mi riferisco a Mary e…
Madison cercò di mantenere l’aria più serena possibile. Produsse finanche uno stupido sorriso.
- Ah, quello? E tu chiami “incidente” un paio di bicchieri di troppo? Andiamo, Gordon!
- Già…se lo dici tu…buon lavoro, Mad.
- Anche a te, amico. Anche a te.
Gordon uscì dallo studio e chiuse la porta. Madison attese qualche istante che il collega si allontanasse e solo allora si lasciò andare, sferrando un violento pugno contro lo specchio che teneva appeso al muro. Le schegge di vetro si posarono silenziosamente sulla moquette, e Madison si ritrovò a fissare la mano sinistra rigata di sangue. Senza pensarci troppo, aprì una piccola cassetta di pronto soccorso che aveva sotto la scrivania, ne tirò fuori un rotolo di garza bianca e si medicò distrattamente. Attraverso la porta a vetro, vide la sagoma della sua segretaria avvicinarsi. Subito dopo, udì la voce femminile chiedere
- Signor Tucker! Va tutto bene?
- Sì, Joan, grazie.
- Ma cos’era quel rumore?
- Niente, Joan. Ho solo rotto un bicchiere.
- Ah…vuole che entri a pulire, signore?
- No, grazie, Joan. Faccio io. Puoi andare.
La sagoma si allontanò dalla porta e lui, una volta finito di stringere la garza intorno alla mano, fissò il proprio sguardo sull’incartamento che aveva fatto cadere a terra prima. La copertina era verde scuro, e sopra stava scritto, a grandi lettere:
“
Lo guardò intensamente per qualche minuto, indeciso sul da farsi. Da un lato avrebbe voluto aprirlo, e leggerlo probabilmente per la milionesima volta, ma dall’altro avrebbe solo voluto scagliarlo a mille miglia di distanza, per non doverlo vedere mai più. Infine, decise di aprirlo, e venne sommerso da mille ricordi.
Nella cartella erano contenuti, oltre a tutti i dati tecnici del palazzo – progetto originario, variazioni, piantine, planimetrie, fotografie e una quantità infinita di calcoli e cifre – anche una marea di fogli di giornali riguardanti l’inaugurazione del palazzo, il suo crollo e il processo che ne era seguito. Ovviamente, la maggior parte degli articoli riguardavano gli ultimi due eventi, mentre al primo erano stati riservati solo due o tre trafiletti scritti da giovani giornalisti ancora in apprendistato.
Madison si sedette sulla comoda poltrona dietro la scrivania e si lasciò trascinare dai ricordi: l’idea originale, che gli era sembrata così geniale, l’incredibile vincita dell’appalto, le nottate passate a discutere con tutti quelli che gli dicevano che no, non poteva, era un progetto assurdo, che non glielo mai avrebbero fatto passare così come lui lo aveva concepito. E, invece, gli avevano dato carta bianca, e lui aveva potuto costruire il palazzo che aveva sempre immaginato come perfetto, quello in cui tutti, passandoci davanti, avrebbero sognato di abitare, quello che gli avrebbe dato definitivamente la tanto meritata gloria, insieme al non disprezzabile denaro. E, per i primi mesi di vita del palazzo, in un certo senso fu proprio così. Era una continua stretta di mano, una lunghissima pacca sulla spalla che sembrava non dovesse finire mai e che, invece, sarebbe finita nel peggior modo possibile, si sarebbe trasformata in una ondata di sguardi disprezzanti e carichi di odio e pieni di dolore. Ma Madison non poteva nemmeno lontanamente sospettarlo quando, camminando fiero per strada, sentiva i bambini parlare tra di loro, sentiva dirgli, invece dei soliti “Un giorno sarò ricco” o “Da grande farò il Presidente”
- Io, un giorno, abiterò nel Tucker Palace!
Non ci avrebbe mai creduto, durante quei giorni, se gli avessero detto che quella meraviglia di palazzo stava per crollare, e che la sua vita stava per cambiare radicalmente, che sarebbe stato considerato un assassino dalle stesse persone che si stavano in quegli stessi istanti congratulando con lui, che sarebbe stato guardato con disprezzo dalla moglie stessa, dalla sua Mary che in quei giorni lo amava e lo ammirava come mai prima di allora, come mai dopo di allora. Non ci avrebbe mai creduto. E invece, un giorno identico a mille altri, quell’uomo impregnato di sudore, aveva varcato la soglia dello studio, quell’uomo di cui nemmeno ricordava il nome e che solo ora, guardando i giornali, visualizzava perfettamente. Era entrato nel suo ufficio e aveva iniziato a parlare di soldi, e di progetti, e di un enorme garage sotterraneo, e lui gli aveva detto che no, non esisteva, non si poteva realizzare in nessun modo, che le fondamenta sarebbero state gravemente messe in pericolo, e lo aveva mandato al diavolo, lui e i suoi maledetti, schifosi soldi, fuori dal suo studio.
E poi, la visita del suo Capo, l’importanza che tutti quei soldi avrebbero potuto avere per lo studio, e in particolar modo proprio per Madison, la pubblicità che ne sarebbe venuta fuori, le richieste da parte di altre società, e tutto il resto. E Madison era stato tutta la notte a studiare le planimetrie col suo Capo, e a un certo punto era giunto alla conclusione che, forse, forse, le fondamenta avrebbero anche potuto reggere, e poi aveva trasformato quel “forse” in un “probabilmente”, e il Capo aveva trasformato quel “probabilmente” in maniera definitiva, dicendo davanti alla Commissione Comunale per
- Reggerà. Non abbiamo alcun dubbio che reggerà. L’architetto, qui, il signor Tucker in persona, ve lo può confermare. Vero, signor Tucker?
E Madison si era sentito tutti gli sguardi puntati addosso e, dopo qualche istante di imbarazzo, aveva detto
- Reggerà. Sicuramente reggerà.
Dio, aveva dato la sua parola. La sua parola! E si era scavato da solo la fossa. Perché un altro giorno identico a mille altri, un paio di mesi dopo la fine dei lavori per il garage sotterraneo, il Tucker Palace aveva deciso di porre fine alla sua breve, ma intensa e gloriosa vita, collassando su se stesso, e portandosi con sé quasi trenta persone. E dire che il palazzo era semivuoto. Non che sarebbe cambiato poi molto, in quello che ne seguì, ma era stata comunque una fortuna.
In poco meno di un anno, Madison Tucker era passato dallo status di normale e sconosciuto giovane architetto a quello di stimatissimo concittadino, e infine a quello per nulla invidiabile di uomo più odiato della città. La stampa gli si era scagliata contro in modo indicibile, trascinando dietro di sé l’opinione pubblica, e per i primi giorni Madison era dovuto rimanere in casa, a guardare attraverso le fessure delle persiane centinaia di persone imprecare contro di lui, impugnare cartelli che lo marchiavano come assassino, maledetto figlio di puttana, stronzo incompetente. E la cosa più incredibile era che le stesse mani che impugnavano quei cartelli nemmeno sei mesi prima stringevano con ammirazione e orgoglio cittadino quelle dell’Architetto Madison Tucker! Ora erano tutti lì a dire che lo avevano detto, all’inizio, che quel palazzo non sarebbe mai potuto stare in piedi, che costruirlo era pura follia. Guardando quelle persone, Madison non ne riconosceva i volti: riusciva a vedere solo centinaia di spalle voltate.
Poi cominciò il processo, e inizialmente Madison sembrava spacciato; ma, fortunatamente, riuscì a pagare un buon avvocato con i soldi guadagnati per il progetto del palazzo, e alla fine se la cavò con una tutto sommato sostenibile multa. L’avvocato riuscì a dimostrare infatti che la costruzione del garage era stata non una delle cause del crollo, bensì l’unica; dato che Madison non aveva partecipato attivamente al progetto per il garage, ma vi aveva solo dato un’occhiata per fornire un parere personale, non poteva essere direttamente collegato al crollo del palazzo e alla conseguente morte delle ventisei anime che lo occupavano quel giorno. Di quello furono accusati il responsabile del progetto garage e il finanziatore sudaticcio, fine della storia. Almeno, ufficialmente. In realtà, si sa che quando un titolo appare su un giornale, poco importa se dopo verrà smentito o meno: quando compare, la supposizione o, in questo caso, l’accusa diventa immediatamente verità, fatto reale innegabile. E questa regola fondamentale nell’epoca dell’impero dei mass media era stata la condanna definitiva per Madison Tucker, che da quel giorno era sempre stato bollato come “il responsabile” di quelle vite andate tragicamente perse.
Madison chiuse la cartella, e iniziò a stringerla con crescente rabbia, fino a quando i polpastrelli delle dita divennero completamente bianchi, e allora la scagliò disperatamente contro la parete opposta dell’ufficio e si prese la testa tra le mani. Fu allora che il telefono squillò, e per una decina di secondi Madison lo lasciò fare, con la ferma intenzione di non rispondere; guardò il display elettronico del telefono: era il numero di casa. Madison rispose, infine, pensando potesse essere qualcosa di importante.
- Che c’è?
- Madison?
- Certo che sono io, Mary. Che c’è? Sono occupato.
- Ok. Allora passo subito al punto. Volevo solo ricordarti che stasera ci sono i Netherby a cena.
- Dio…
- Cosa?
- Niente, Mary. Ci vediamo dopo.
- Sì, ma non fare tardi, per favore.
- A dopo.
Madison schiacciò con calma il tasto per interrompere la chiamata, e rimase qualche secondo a fissare la cornetta, dopodichè la mise a posto e si fece scorrere dentro la frustrazione che provava, sforzandosi per non farla uscire fuori. Dio, un’altra cena, pensò. Lo voleva forse morto? Aveva voglia di prendere di nuovo in mano il telefono e chiamare Mary e dirle che invece avrebbe proprio fatto tardi, quella sera, e che non avrebbe per nessun motivo al mondo partecipato a quella dannata cena, anzi no, le avrebbe detto che non sarebbe proprio più tornato a casa, mai più, che sarebbe salito in macchina prendendo una direzione a caso, senza voltarsi indietro, e si sarebbe trovato un nuovo lavoro e avrebbe conosciuto un sacco di gente nuova e interessante, e si sarebbe innamorato di un’altra donna e sarebbe stato ricambiato, avrebbe avuto due o, se proprio volevano, anche tre figli che sarebbero cresciuti belli, forti e intelligenti e poi, verso gli ottanta, sarebbe morto felice, nel letto di casa sua, nel sonno, proprio così, si sarebbe addormentato e sarebbe morto con il sorriso più largo che poteva stampato in faccia, come a gridare “Sì. Io ho avuto la forza di cambiare tutto, un giorno. Di buttare tutto quello che c’era di sicuro nella mia vita per viverne una doppiamente eccitante e infinitamente più intensa.”
Sarebbe stato bello. Sì, lo sarebbe stato. E, invece, quello che fece fu aspettare che la lancetta più corta dell’orologio da scrivania si posasse sulle sei. Dopodichè prese la giacca, chiuse a chiave la porta dell’ufficio, salutò la segretaria, timbrò il cartellino e si fece investire dal freddo pungente e dal vento – dal vento talmente affilato da entrare fin dentro le ossa - nel breve tratto che separava l’entrata dello studio dalla sua station wagon.
Quando Madison arrivò a casa, Mary era tutta presa dai preparativi della cena, e lui trovò la cosa decisamente insopportabile. L’interno della villetta, che egli fece fatica a riconoscere, splendeva come poche volte prima di allora; tutto era al posto giusto, il tavolo era coperto dalla tovaglia più raffinata, sulla quale poggiavano le posate più luccicanti, i piatti più bianchi e costosi, i bicchieri in vetro di Murano, il tutto illuminato da una morbida luce proveniente da una decina di candele, strategicamente disposte in svariati punti della sala da pranzo. Mary stessa indossava il vestito migliore, una cosa non troppo appariscente, ma che le stava indubbiamente a pennello.
Madison rimase imbambolato a fissare l’irriconoscibile stanza, e mormorò
- Ma cosa…?
- Ciao, Mad.
- Ciao, Mary.
La moglie gli porse una birra già stappata.
- Cosa stavi fissando? C’è forse qualcosa che non va?
- No, io…
- No. Esatto. Non c’è nulla che non và. E’ tutto assolutamente perfetto. Tranne una cosa.
- Sarebbe a dire?
- Tu. Dico, ma ti sei visto? Corri immediatamente a cambiarti! Il tuo vestito di Versace è piegato sul letto: mi piacerebbe che mettessi quello, per stasera.
- …
- …per favore.
- D’accordo. Ma mi dici cos’ha di tanto importante questa cena?
- Cos’ha?!? Ma…scherzi? Fred Netherby è uno degli uomini più…
- …insopportabili…
- …ricchi, uno degli uomini più ricchi della città!
- Bene. Ottimo. Ma, dal momento che “fare beneficenza ai Tucker” non credo sia uno dei suoi buoni propositi per il nuovo anno, mi spieghi come la cosa potrebbe interessarci?
- Infatti non è a noi che deve “fare beneficenza”, ma all’A.B.C.
- Ah, hai deciso di aprire un corso di alfabetizzazione?
- …
- Io mi vado a cambiare.
- Un’ultima cosa, Madison…
- Sì?
- Potresti fare a meno del tuo brillante sarcasmo, almeno per stasera?
- Ohhh, ma certamente, mia cara! Non potrei mai e poi mai farmi beffe di un uomo di così elevata statura morale come Fred Netherby, e ancor di meno della sua rispettabile consorte!
Poi aggiunse, cambiando tono
- Vado a ingessarmi in quel ridicolo vestito. Ah, e quando arriveranno, di certo non sarò io ad aprirgli la porta, né ad intrattenerli mentre tu sei in cucina.
- Grazie a Dio.
- Anch’io ti voglio bene, cara.
Madison diede l’ultimo sorso alla birra e salì lentamente le scale. Si sentiva come si deve sentire un pazzo quando sa di non poter scampare alla camicia di forza, e aveva provato quella sensazione ben più di una volta, in quella casa, negli ultimi anni. Mary letteralmente adorava le cene, specie quelle in cui uno degli ospiti era ricco sfondato, nel qual caso entrava in una sorta di ansia da prestazione. Nella quale anche Madison, suo malgrado, era naturalmente incluso.
Ma quella sera no, quella sera aveva in mente qualcosa di diverso, quella sera non avrebbe seguito la regola del gioco, non si sarebbe abbassato a elogiatore delle grandi manifestazioni di bontà di quel borioso di un Fred Netherby, né di quella befana di sua moglie.
Il campanello suonò, puntuale come una condanna a morte, alle otto e trenta. Madison era ancora in camera da letto, impacchettato nel completo di Versace. Aveva impiegato quasi due ore a lavarsi e a vestirsi poiché, nel frattempo, aveva anche fumato una decina di sigarette e bevuto altre due o tre birre, e adesso provava un leggero ma in fondo piacevole mal di testa. Allungò la faccia fuori dalla porta della stanza, giusto in tempo per ascoltare il suono prodotto dai piccoli passi eccitati di Mary mentre si avvicinava all’ingresso, la voce pesante e catarrosa di Fred, gli squittii della signora Fiona Netherby – che non la smetteva più di elogiare “la bellezza e la sensazione così stupendamente intimista” che respirava in quella casa – e alla fine riuscì a sentire anche la moglie che diceva
- Oh, Madison sarà qui a momenti, non preoccupatevi. A ricevuto una…importante telefonata di lavoro, sapete…
- Oh, ma certo, certo…non c’è nessun problema, signora Tucker. Comprendo perfettamente.
- Ma mi chiami pure Mary, signor Netherby.
- Solo se lei mi fa il favore di chiamarmi Fred, mia cara.
- Certamente…Fred.
- Ah ah ah
- Oh oh oh
- …e questa luce così morbida, poi, un vero amore, cara, ti dico…
Dio, se Madison odiava quelle persone con tutto il cuore. Troppo spesso, durante quelle cene, aveva provato una sensazione di impotenza, e ora era arrivato al limite, era proprio arrivato al limite, e quella sera non avrebbe fatto il bravo cane come faceva di solito, non se ne sarebbe stato in silenzio ad ascoltare la moglie ridere delle stupide battute dell’ospite di turno, né avrebbe retto per un tempo superiore ai dieci secondi la falsa gentilezza di quella stronza della “signora” Fiona Netherby. Stasera, Madison avrebbe fatto di testa sua. Così aveva deciso, vestendosi: avrebbe fatto decisamente di testa sua.
Per Mary la cena iniziò inaspettatamente nel migliore dei modi. Sembrava proprio tutto perfetto, gli ospiti parevano divertirsi, il tacchino era cotto proprio al punto giusto. L’unica cosa che le parve un po’ insolita, fu il comportamento di Madison il quale, per la prima mezz’ora, si esibì in una brillante conversazione con entrambi gli ospiti, elogiando ora le “magnifiche capacità imprenditoriali” di Fred Netherby, ora la “ineccepibile classe degli abiti” indossati da Fiona Netherby.
Addirittura, si offrì più volte di alzarsi da tavola, per andare a prendere in cantina un’altra bottiglia di vino, che così velocemente scorreva tra una battuta e l’altra. Sembra proprio un’altra persona, pensò Mary mentre beveva il suo quinto o sesto bicchiere di rosso, e pensò anche che, magari, quello che era successo la sera precedente a qualcosa era servito, che aveva aperto gli occhi a Madison sui propri errori. Così pensava, convincendosene sempre di più, quando chiese con gentilezza al marito
- Mad, caro, è finito il disco. Lo andresti a cambiare, per cortesia?
- Nessun problema, tesoro.
Madison si alzò e andò verso il lettore cd, mentre la moglie continuava a disquisire con voce leggermente alterata dall’alcool dell’importanza che può avere oggigiorno una associazione di “benessere sociale” (come la chiamava lei) come l’A.B.C., e soprattutto di quanto fosse difficile trovare persone così generose da finanziare le sue attività.
- Perché la gente oggi non ha più voglia di investire quando si tratta di far del bene, sa…
- Sì, Mary, comprendo la situazione drammatica in cui un’associazione come la tua si ritrova a muoversi, e le difficoltà che questo può causare nell’organizzazione di un qualunque evento…
- Oh, no, caro Fred, non credo che tu possa davvero comprendere…
Ma Mary non riuscì a terminare la frase, poiché la sua voce venne bruscamente sovrastata e quindi interrotta da un frastornante assolo di chitarra. Il volume dello stereo era al massimo, e i vetri tremavano pesantemente sotto l’assalto del muro sonoro, mentre i bicchieri saltellavano allegramente sul tavolo. Mary e i due ospiti, per qualche secondo, si guardarono sbalorditi, come se non capissero davvero bene quello che stava succedendo. Poi, Mary voltò lo sguardo alle sue spalle, e vide Madison che gridava, come in preda al delirio:
- AC/DC! AC/DC! AC/DC!
- Madison, cosa diavolo ti prende?!? Smettila immediatamente!
- Come dici? Non sento niente!
Completamente rossa in viso, Mary rivolse un imbarazzato cenno della mano agli ospiti e si allontanò dalla tavola. Fred Netherby e moglie proprio non sapevano che espressione assumere, e allora se ne stavano così, con una faccia stupida stampata sul viso, aspettando che qualcosa succedesse. In realtà, Fiona Netherby a qualcosa pensava: nella fattispecie, si immaginava come avrebbe potuto raccontare la scena al pomeriggio seguente, gustando dell’ottimo tè al gusto di vaniglia (prodotto in limitatissime quantità dalla Peter’s House of Tea), attorniata dalle amiche impazienti di ascoltare gli ultimi scandali della città.
Mary si avvicinò al marito, e Madison non aveva mai visto quegli occhi così rossi, così furiosi, e in quel momento chissà perché gli venne in mente quel luogo comune delle donne che sono più belle quando si arrabbiano, e realizzò che sua moglie non apparteneva alla categoria, proprio no, l’incazzatura non le donava affatto. E al pensiero iniziò a ridacchiare, e poi scoppiò in una grossa risata, e si accasciò vicino al muro sentendosi male dal ridere, e lasciò cadere il bicchiere colmo di vino sul pavimento, e una enorme macchia rosso porpora iniziò ad estendersi sul tappeto.
Poi, Mary staccò la spina della corrente elettrica e quel frastuono venne interrotto, e di colpo la casa lievitò in un silenzio irreale. Era come quella scena dei cartoni animati, quando Willy il coyote sta inseguendo Bee-Beep e improvvisamente si rende conto che sotto i suoi piedi è iniziata il terreno è finito e lui è in piedi sul nulla, sotto di lui uno strapiombo infinito, e che lui non può fare più niente, non si può salvare, ma lo stesso rimane un secondo lì, perfettamente dritto, come se, per quell’istante potesse sfidare la forza di gravità e salvarsi. Ma dura solo un attimo, poi tutto torna come prima, e Willy vola giù. E anche la casa, per un attimo, rimase in sospeso, sfidando la natura. Nessuno disse niente, e se fossero stati in quel cartone, sulla testa di ognuno sarebbe comparso un grosso punto interrogativo. Invece, quello che successe fu che la risata di Madison riprese immediatamente, e la moglie gli si piegò vicino e gli sussurrò
- Mi spieghi cosa ci trovi di tanto divertente?
- Dio…ahahah…se sei orrenda quando ti arrabbi!
- Vieni con me. – ringhiò Mary, tirandolo su.
Lo condusse in cucina, scusandosi di nuovo con gli ospiti, e si chiuse la porta alle spalle.
- Che stai…Madison, guardami, cosa…
Ma Madison non la smetteva di ridere per nessun motivo. Era completamente ubriaco. Mary gli strinse con forza le spalle, e gli gridò a pochi centimetri dal viso
- Cosa diavolo stai facendo, Mad!!!
- Pensavo…ahaha…credevo che…
- E smetti di ridere, cristo santo!
- Ahah…ok, ok…la smetto, eh? Pensavo che…
- Cosa pensavi, Mad?!? Cosa?
- Pensavo che…aspetta un attimo.
Madison si sforzò di rimanere serio. Poi, urlò con forza
- Credevo che il grassone e la befana apprezzassero il metal degli anni ’70!
E scoppiò nuovamente in una rumorosa risata. Nella sala da pranzo, gli ospiti si scambiarono uno sguardo, non so dire se più indignato o più incredulo. Poi sentirono altre grida indistinguibili provenire dalla porta-vetro della cucina, e fecero per alzarsi, ma in quell’istante Madison spalancò la porta e li fermò
- Ma dove credete di andare? Siamo appena all’inizio dello show! Vi prego, non vi perdete il meglio!
Anche Mary uscì dalla cucina, le mani nei capelli
- Io…io proprio non so come scusarmi, io…
- Ma di cosa vuoi scusarti, Mary, amore della mia vita! Sono sicuro questa vecchia sagoma non vede l’ora di raccontare agli amici quello che sta succedendo…
- Madison, per Dio la vuoi smettere?!?
- …proprio così, ti stiamo fornendo il materiale migliore per una conversazione moderna e brillante, non è vero, ciccione?
- Madis…
- E anche tu, nonna, sarai soddisfatta della scenetta, immagino! No?
- In vita mia non sono mai stata offesa così e…
- Ma sì, ma sì, offesa, ora, cosa volete che sia mai per…
- Ehm, cara, sarà meglio andare, ora, eh?
- Ma dove volete andare! Cose da pazzi! Mia moglie Mary non mi ha ancora dato dell’assassino e voi volete andar via proprio ora?!? Sarebbe da stupidi! Sarebbe proprio da stupidi!
Ora, al suono di quella parola, le facce di tutti erano sbiancate. Mary non poteva credere a quello che stava ascoltando.
- Già! Avete capito! Assassino! E’ questo che mia moglie crede che io sia!
- Io non…
- C’eravate anche voi, ieri sera, no? L’avete sentita anche voi, di sicuro!
- Signor Tucker, mi ritengo personalmente offeso dal suo…
- Ma sì che c’eravate! Era pieno di boriose palle di lardo e vecchie bacucche! Certo, non mi ricordo di voi in particolare, ma chi vi distingue, cristo, siete tutti uguali impomatati, ben oliati e infilati in quei vostri vestiti di…
- ORA BASTA, MAD!
Mary era sul punto di esplodere. Madison ammutolì, ma continuò a sghignazzare, proprio non poteva fare niente per fermarsi.
- Sono stanca, Mad! Stanca! Stanca dei tuoi vaneggi, stanca del tuo comportamento asociale, stanca di sentirmi in imbarazzo ogni volta che siamo in presenza di qualcun altro, stanca di vergognarmi di te, stanca di sentire la gente parlarmi alle spalle per via di quello che hai fatto, perché sì, è vero, sei un assassino! Ecco quello che sei! E io sono stanca di avere un’omicida per marito, stanca di dover scusarmi con gli altri di quello che sei! Sono stanca di te, Madison, sono stanca di te!
Ora Madison aveva smesso di ridacchiare, e la casa se ne stava nuovamente lì, come Willy il coyote, senza sapere bene cosa fare. E poi Mary e Madison si guardarono fissi negli occhi, si guardarono dentro, fino in profondità, e nulla traspariva dai loro sguardi, non l’ombra di un’emozione, non un’esitazione, e caddero, caddero dritti nel burrone, senza riuscire a vederne la fine, senza nulla che potesse salvarli. Stavano lì e si guardavano, immobili, ma dentro, dentro stavano proprio precipitando.
A guardarli da fuori, si poteva pensare che fossero morti e, forse, in fondo, lo erano per davvero. Era poi vita, quella, a pensarci bene? O stavano soltanto stancamente sopravvivendo, insieme? Fu Madison il primo a distogliere lo sguardo, e a guardarsi intorno. La casa era ancora perfettamente in ordine, a parte il bicchiere rovesciato a terra. Sembrava che niente fosse accaduto. Fred Netherby e consorte erano fuggiti via da diversi minuti, e le parole di Mary continuavano a rimbombare e a rimbombare ancora nella testa di Madison. Rimasero ancora qualche minuto, lì in salotto, senza far niente. Poi Madison annunciò con un sussurro
- Vado a dormire.
Mary non disse nulla. Lo seguì a letto poco dopo, e cadde in un sonno agitato.
Alle quattro del mattino, Mary fu svegliata da un forte rumore di vetri rotti. Aprì gli occhi e si accorse che Madison non era accanto a lei. Uscì dalla stanza da letto, e fuori le sembrò tutto così buio, così nero, che ebbe un attimo di esitazione prima di dirigersi verso le scale. Poteva sentire uno strano brontolio, che sembrava circondarla, e proprio non capiva da dove provenisse. Una volta giù, il buio iniziò a diradarsi, e a trasformarsi in un discontinuo colore azzurrino da televisione, e proprio di questa doveva trattarsi, pensò Mary quando, avvicinandosi al salotto, iniziava a distinguere sempre di più il brontolio. All’improvviso, ci fu un forte scoppio di risate, e Mary entrò nella grande stanza, dicendo
- Madison, ti sembra questa…
Ma la stanza era vuota. In televisione, scorrevano le immagini di un vecchio episodio dei Robinson. Come stranita, Mary si avvicinò alla tivù e la spense. Poi si concentrò su quello strano rumore che continuava a sentire. Chiuse gli occhi, come per isolarlo meglio, e dopo qualche minuto capì di cosa si trattava, e un orrenda immagine le si materializzò davanti agli occhi. Era acqua, quel rumore, era acqua che scorreva. Corse più veloce che potè verso la porta del bagno, e quando fu lì i suoi piedi iniziarono a fare uno strano rumore, e lei allora guardò in basso, e si accorse di avere le pantofole immerse nell’acqua, acqua che scorreva dall’interstizio fra la porta e il pavimento, acqua strana, acqua rosata.
- Mad! Mad, cosa stai facendo?!?
Aprì la porta, e si portò una mano alla bocca, cercando di non vomitare. Madison stava nella vasca, un mezzo sorriso ancora spaventosamente stampato in faccia, e insieme a lui c’era qualcosa di strano che galleggiava, erano come dei pezzi d’acqua, pezzi solidi d’acqua, e poi Mary si avvicinò inorridita e capì che erano dei pezzi di vetro. Sul pavimento, giacevano i cocci di una bottiglia di liquore spaccata a metà con precisione quasi chirurgica. Con le ultime forze, Madison aveva ricoperto le piastrelle bianche delle pareti di scritte rosso sangue, la maggior parte delle quali incomprensibili, ma due, due scritte avevano una grafia talmente lucida che sarebbero rimaste per sempre impresse nella mente di Mary: la prima era
“Non sono stato io.”
mentre la seconda, nettamente più grossa, era posizionata proprio sopra la vasca, e gridava, in quel rosso agghiacciante:
“Ti ho amata, in ogni caso.”
Mary abbracciò il marito, e urlò il suo nome un paio di volte, e gli occhi le iniziarono a bruciare, e poi con tutta la forza che aveva in corpo lo tirò fuori, e intanto sussurrava
- No, no, no, no, no, no, no, no.
…e gli occhi le bruciavano sempre di più, le sembrò che stessero per prendere fuoco, e da un momento all’altro si aspettava di vedere delle fiamme, e trascinò il marito fino alle scale, e poi giù per le scale, un gradino alla volta, continuando a dire piano il suo nome, come se stesse dolcemente cercando di svegliarlo da un sonno profondo. Alla fine riuscì ad arrivare davanti alla porta d’ingresso, e guardò il marito dritto negli occhi, e capì che era finita, e non sentiva più nessuna parte del proprio corpo, e lasciò cadere il cadavere di Madison che produsse un rumore irreale nel silenzio assordante della casa, e l’unica cosa che Mary poteva ancora sentire erano gli occhi, quegli occhi sul punto di andare a fuoco, e proprio quando pensava che le fiamme stessero arrivando, arrivarono le lacrime, bollenti, a rigarle il viso, e per qualche minuto lei non emise un suono, era lì e sentiva le lacrime scenderle, salate, sulle labbra, e non riusciva a dire una parola, non riusciva ad aprire la bocca, poi guardò il cadavere e lo strinse di nuovo a sé, sussurrando nuovamente
- No, no, no, no, no, no, no, no.
Gli abitanti di Sunshine Lane, la mattina seguente, guardavano
Poi due uomini vestiti di bianco uscirono dalla porta di casa Tucker, trasportando una barella ricoperta da un telo, anch’esso bianco. Li seguiva Mary, l’aspetto completamente stravolto. I due uomini caricarono la barella sul retro, poi vi fecero salire la donna. Infine, salirono nei posti anteriori dell’ambulanza e cominciarono la manovra di retromarcia, e tutti gli uomini in giacca e cravatta fecero lo stesso, salirono sulle loro station wagon, ordinati come sempre, non uno sbaglio, non una sbavatura nella loro manovra, e imboccarono tutti la strada in direzione del centro, ed erano tutti perfettamente sincronizzati, una cosa incredibile, non un errore, dico davvero, avreste creduto che fosse una cosa preparata, tutte queste station wagon che seguivano lentamente un’ambulanza, come un grottesco corteo funebre, e invece no, non era una cosa preparata, quella era solo routine, c’era solo una minuscola variazione, ma non era importante, la loro parte la facevano, non era il caso di stupirsi più di tanto, era solo un’ambulanza al posto di una station wagon, non cambiava poi molto, a ben vedere, per gli abitanti di Sunshine Lane.
L’infermiere alla guida guardò divertito nello specchietto retrovisore.
- Mike, hai visto questi?
- Già…devono essere matti.
- Magari lo sono per davvero.
- Magari sì.
Non cambiava poi molto, per gli abitanti di Sunshine Lane.
Scritto da edwood86 alle 05:44 in storie, racconti lunghi, nulla, tales from the looking glass
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giovedì, 21 settembre 2006
Entra dentro. Fuori piove.
La pioggia, quel giorno, sembrava proprio che avesse deciso di non smettere mai più.
Saranno state le 7, forse anche le 8, e io - essendo rincasato da poco dal lavoro – avevo già programmato tutto, per quella sera: godermi la comodità della mia poltrona preferita, un po’ di sana televisione, poi dritto a letto. La strada che aveva deciso di prendere il mio destino, evidentemente, era del tutto diversa. Mi aspettavo una serata come tutte le altre. In realtà, tra pochi minuti il telefono avrebbe squillato, scombinando tutto.
Ma io, quando mia moglie venne in salotto a chiedermi
- Sam, cosa vuoi per cena?
ancora non potevo saperlo. Così mi limitai a rispondere
- E’ indifferente, amore.
Mia moglie, Kate, rientrò in cucina, e io potei tornare alla tv, ma dopo un po’ mi stancai di tutta quella stupidità e così chiusi gli occhi per dormire, giusto qualche minuto.
Intanto che la cena è pronta, pensai.
Normalità.
Ecco tutto ciò di cui avevo bisogno. Normalità. Niente di più semplice. Nor-ma-li-tà. Silenzio e normalità. Non mi occorreva altro. Ma era da un paio di minuti che un fastidioso ronzio, anche se attutito dai vetri della finestra e dal rombo impressionante della pioggia, mi arrivava alle orecchie, turbandomi il riposo. Così aprii gli occhi, mi alzai e andai alla finestra. Il mio vicino, assurdamente, aveva avuto l’ottima idea di tagliare l’erba sotto quel nubifragio. Doveva essere matto. Aprii la finestra
- Kinsey! Ehi, Kinsey!
- Ciao Sam! Dimmi pure!
Dovevamo gridare entrambi, perché il rumore della pioggia era troppo forte. Cristo se lo era. Visti da fuori, dovevamo sembrare due idioti.
- Kinsey, come diavolo ti è saltato in mente di metterti a tagliare l’erba?
- Non so, Sam…credo che, semplicemente, mi piacesse l’idea. Mi dà tranquillità!
- Che?!?
- Ho detto: MI DA’ TRANQUILLITA’!
Contento lui. Doveva essere completamente ammattito.
- Cerca di rientrare in casa, Kinsey! E’ pericoloso stare là sotto, sai? Si sentono certe storie..
- Tranquillo, Sam.Torno dentro non appena finisco. Non appena finisco!
Gli feci un cenno di saluto e chiusi la finestra. Vecchio pazzo. Tornai verso la poltrona, e proprio quando stavo per sedermi, mia moglie mi disse che era pronto in tavola.
- James! Suede! Venite a mangiare!
- Arriviamo, pà!
Rispondevano sempre all’unisono, quei due bambini. Ma non erano gemelli, no. Erano completamente diversi, e avevano due anni di differenza, ma rispondevano sempre all’unisono. Già. Alle volte, era anche frustrante, la cosa, ma uno finiva per lasciare correre. Non potevano mica continuare per sempre, no? Prima o poi, ero sicuro, avrebbero smesso di farlo. Ma oramai avevano rispettivamente 8 e 10 anni e…
- Saaam! Ti muovi o no? Il pollo si fredda!
- Arrivo, arrivo.
Andai in bagno, mi sciacquai le mani, e senza nemmeno asciugarle mi diressi a tavola.
Ed eccola lì, la mia famiglia, perfettamente disposta a tavola che mi aspettava. Normalità. Silenzio, quello no, perché la pioggia continuava a battere, furiosa, sul tetto, e sembrava che le tegole potessero venir giù da un momento all’altro. Per fortuna, non accadde. Accadde qualcos’altro, invece. Stavo proprio per sedermi al mio posto, come tutte le sere, quando il telefono ebbe l’inopportuna idea di iniziare a squillare. Mia moglie accennò ad alzarsi, ma io la fermai con un gesto
- Tranquilla. Vado io.
Mi avvicinai al telefono a muro della cucina, alzai la cornetta e risposi
- Si?
- Sam?
- Sì, sono io.
- Sam Evans?
- Sì, sono io.
- Cristo d’un Dio, Sam…
- Aspetta un momento, chi…Tom, sei tu?
Diedi un’occhiata alla mia famiglia. Sei occhi puntati dritti su di me. E quella telefonata aveva qualcosa che non andava. C’era qualcosa nella sua voce. Qualcosa.
- Questo telefono non funziona bene, un attimo che cambio…
Agganciai la cornetta in fretta, e feci per andare in salotto.
- Sam, che succede?
- Niente di importante, Kate, solo Tom. Avrà di nuovo problemi con la tv. Ci metto un secondo.
- Ma…la tua cena…si raffredderà.
- Torno subito, cara. Tranquilla.
Raggiunsi il telefono nella stanza più grande della casa e sollevai la cornetta.
- Pronto?
- Sam?
Conoscevo quella voce meglio di qualunque altra. Era Tomas Ginger, uno dei miei migliori amici. Aveva una villetta su a Magnesta Hill, proprio sulla cima della collina, una bella casa, davvero. Non molto lontano da qui, in ogni caso. Tomas abitava in quel villino da 10 anni o giù di lì con sua moglie, Linda.
- Tom? Che succede?
- Cristo, Sam…non so cosa, non so proprio…
- Tom. Calmati, e spiegati meglio.
- Cristo, Cristo, Cristo, Cristo…Dio mio Sam, non so come ho fatto, non so come…
- Tom! Calmati! Non ci sto capendo nulla! Dove sei?
- A casa, sono a casa. A casa.
La voce gli tremava in modo incontrollabile.
- A casa? Stai bene? Cos’è successo?
- Sì, sì, io sto bene, sto bene, io sto bene. Sì.
- Sei con Linda?
- Eh?
- Linda! Per Dio, tua moglie, Tom! Dov’è tua moglie? Sei con lei?
- Sì, Linda, mia moglie Linda, mia moglie è qui con me…
- Ok. Sta bene?
- …
- Tom, rispondimi: sta bene Linda?
- …
- Tom, Cristo Santo!
- Vieni qui, Sam. Lei sta bene ancora bene. Credo. Vieni qui. Ora. Io non so come…vieni qui, e basta, ok? Datti una mossa.
- Tom! Tomas! Cosa diavolo sta succedendo? Che cazzo vuol dire “ancora bene”? Tom! Cristo!
Aveva attaccato.
Alzai lo sguardo e vidi mia moglie sulla soglia della porta del salone, che mi guardava dritto negli occhi, senza dire una parola. Da quanto tempo era lì?, mi chiesi. Aveva sentito tutto?
- Chi è che sta “ancora bene”?
- Io…io non lo so. E’ Tom che…
Non riuscii ad andare avanti. Kate si avvicinò.
- Tom cosa, Sam? Cosa voleva?
- Non lo so. Cristo, non l’ho mai sentito così spaventato.
- Calmati, Sam. Cosa ti ha detto?
- Mi ha detto solo di andare lì. Solo questo, nient’altro. Io non so…devo andare, Kate.
- Aspetta, Sam!
Ma io avevo già preso la giacca e le chiavi della macchina e tutto il resto e stavo uscendo dalla porta d’ingresso. Il rumore della pioggia, fuori, era assordante.
Rimasi per qualche secondo sotto al portico, a guardare le gocce di pioggia battere con violenza sul prato, sui fiori, sul vialetto asfaltato, sullo steccato (che avevo verniciato giusto quel pomeriggio), quasi come se avesse qualcosa contro di loro. Il cielo era…nero. Non riesco a definirlo in nessun modo migliore. Solo…era nero. Nero come solo il cielo in inverno durante un diluvio può essere. Nero, e nient’altro. Calcolai mentalmente la distanza tra me e la mia Ford, poi guardai il portaombrelli. Decisi che avrei potuto farne a meno, e mi diressi a passi decisi verso l’auto, cercando di bagnarmi il meno possibile. Ma essere fuori casa, quella notte, era esattamente come essere sott’acqua, e quando entrai nell’abitacolo sentivo già la pioggia scorrermi fin dentro le ossa. Inserii l’autoradio, misi in moto, ingranai la retromarcia e schiacciai l’acceleratore. La casa di Tomas Ginger non era poi così lontana, in fondo.
Per tutto il tragitto continuai nervosamente a cambiare stazione radio. Non riuscivo a trovare niente che mi calmasse. Alla fine la spensi, e rimasi da solo con il rumore del vecchio motore e quello della pioggia, che batteva cattiva sul tettuccio metallico. Guardando sul sedile al mio fianco, notai la piccola pozzanghera d’acqua piovana che si era formata su di esso. Quella macchina non era mai riuscita a reggere troppa pioggia.
Ricordavo ancora perfettamente la prima sera in cui l’avevo guidata, perché quella era stata anche la sera in cui avevo conosciuto la donna che quattro anni dopo sarebbe diventata la rispettabile signora Evans, ma che, all’epoca, era poco più che una ragazzina. Stava seduta dietro con la sua migliore amica, Linda Wigwam. Nel sedile accanto al mio c’era Tom, perennemente con una sigaretta accesa infilata tra le labbra e la battuta sempre pronta. Era un incontro a quattro, quello, e lo aveva organizzato proprio Tom. Ci sapeva fare Tom, in quelle cose. Io, invece, ero sempre stato una mezza frana. Se non fosse stato per lui, tanto per dirne una, stasera non avrei mangiato dell’ottimo pollo prima della sua telefonata.
Ai tempi del liceo, infatti, avevo una mezza idea di rimanere scapolo a vita. Sapete, una di quelle persone con un certo alone di mistero. Rispettate. Con pochi amici ma fidati. Mi piaceva l’idea, a dirla tutta. Ma poi Tom aveva organizzato quella serata, che io avevo accettato più per fare un favore a lui che per mio piacere. E poi l’avevo vista. Katherin Awkward. Diciannove anni appena compiuti, un cognome impronunciabile e il viso più eccezionale che avessi mai visto. Me ne stavo lì, al volante, e la guardavo continuamente ridacchiare con l’amica nello specchietto retrovisore, sperando con tutto il cuore che quei sussurri che ascoltavo riguardassero me. Nel bel mezzo dei miei pensieri sentii Tom esclamare con una certa veemenza
- Criiisto Santo di un Dio, Samuel!
- Cosa cazzo c’è che non va?
- Come sarebbe cosa cazzo c’è che non va?
- Sarebbe esattamente la domanda che è, Tomas. Cosa. Cazzo. C’è. Che. Non. Va.
Le ragazze, dietro, continuavano a ridacchiare stupidamente. Chissà di cosa diavolo parlavano.
- C’è che non si vede più un cazzo di niente Samuel, ecco che c’è! Ce li hanno montati i tergicristalli su questa baracca o neanche quelli?
Aveva iniziato a diluviare, proprio come la notte che sarebbe venuta 14 anni dopo, e io non me ne ero minimamente reso conto. Solo ora guardai il parabrezza, ed effettivamente avrei potuto incrociare senza problemi un tir senza nemmeno accorgermene. Accesi i tergicristalli.
- Contento, ora?
- E no che non lo sono, cazzo! Questa macchina perde!
- Cosa vuol dire “perde”? Perde cosa? Benzina? Olio?
- Ma no, ma no, non intendevo “perde”!
- Ma è quello che hai detto, Tom.
- Cristo, lo so cosa ho detto, Samuel. Intendevo dire che in questa macchina…
- Sì?
- E smettila di interrompermi! In questa macchina entra dell’acqua! Il tuo tettuccio di merda è bucato, o difettoso, o che cazzo ne sò!
- Ehi, dico, un po’ di rispetto. Se non fosse per questa carretta, ora il tuo culo sarebbe completamente congelato.
- Ma lo è lo stesso, cazzo! E’ quello che sto cercando di dire! Questa macchina è zuppa d’acqua!
- Io sono asciutto, Tomas. E voi, ragazze?
Le ragazze, dietro, continuavano a ridacchiare stupidamente. Chissà di cosa diavolo parlavano. Mi girai verso Tom. Era la cosa più ridicola che avessi mai visto. Un filo d’acqua – con una certa costanza – gli scendeva dritto sulla testa. Aveva il giubbotto dell’Università dello Iowa completamente inzuppato e – invece di stare seduto – praticamente galleggiava sul suo sedile.
Scoppiammo tutti a ridere.
- Ah-ah. Non ci trovo niente da ridere, scemi. E ora ferma questa baracca, per favore. Cerco di svuotarla, almeno.
Era l’acquazzone più forte che avessi mai visto. Era come se la pioggia, quella sera, avesse deciso di non fermarsi mai più. Tom mi fece fermare la macchina proprio di fronte a un videoclub che frequentavamo spesso, all’epoca.
Ora, il semaforo era rosso. Guardai alla mia destra, e vidi lo stesso videoclub di quella sera. Mi ero fermato nello stesso identico posto. Non mancava molto a casa di Tom, ora. Una svolta a destra, una rotonda e, infine, la salita che mi avrebbe portato dritto a Magnesta Hill. Dritto al villino di Tom.
Quando arrivai lì, ogni luce intorno alla casa era spenta. Se non fosse stato per i fari della Ford, non l’avrei neanche vista, la villetta. Era tutto così nero, fuori. E anche la casa lo era. Cercai di parcheggiare il più possibile vicino all’ingresso, ma fu inutile.
Tom aveva costruito una stupida staccionata fra il garage e il vialetto d’ingresso. Glielo avevo detto mille volte quanto fosse stupida una cosa del genere, ma lui aveva insistito. Contento lui. Era casa sua, in fondo, e io non potevo farci niente. Spensi il motore e valutai per un momento l’ipotesi di fare il giro della staccionata, ma poi decisi che in fondo sarebbe stata meglio scavalcarla. Scesi dalla macchina sbattendo la portiera con violenza, cercando di fare il più in fretta possibile.
Lo steccato non era molto alto. Lo saltai senza usare le mani, ma fui costretto a poggiarci il piede destro per darmi lo slancio e il legno marcio cedette. Cristo santo, pensai. Glielo avevo detto mille volte di togliere quello stupido steccato. Ed ora mi ritrovavo completamente ricoperto di fango, a terra, con acqua ovunque e le ossa congelate. In qualche modo mi alzai, mi diedi una ripulita alla bell’e’meglio e cercai a tastoni il portico. Era tutto così nero, lì. Non riuscivo a vedere a cinque centimetri dalla mia faccia sporca di fango.
Riuscii in qualche modo a raggiungere la porta, e vi battei il pugno con forza. Dopo qualche istante di silenzio sentii i passi rapidi di Tom avvicinarsi. Poi la porta si aprii e lo vidi. Dio solo sa se era uno straccio. La camicia, sporca non so di cosa e mezza sbottonata. I capelli, sconvolti. Se è vero, in fondo, che ognuno di noi porta una maschera, Tom quel giorno portava la più brutta di tutte. Non l’avevo mai visto in quello stato. Ma, riflettendoci, anche io ero ridotto abbastanza male, per via della pioggia e il fango e tutto il resto. E sul momento lui nemmeno se ne accorse. Si levò con un gesto nervoso la sigaretta dalla bocca e mi disse con semplicità assolutamente incontestabile
- Entra dentro. Fuori piove.
E poi, mentre si avviava con piccoli passi veloci nel corridoio dell’ingresso, facendomi segno di seguirlo
- Dì, sei venuto qui strisciando o cosa?
Io non riuscivo a muovermi. Me ne stavo lì, imbambolato. Grondavo letteralmente acqua. Acqua nera, sporca. Sul parquet ai miei piedi si stava formando una schifosa macchia di fango. Cosa ci facevo là? Non riuscivo nemmeno più a ricordarlo. Sbloccai qualche muscolo da quell’inutile immobilità e chiusi la porta, lasciando fuori il furore di quella notte, e mi guardai intorno. Ovviamente, nulla era cambiato dall’ultima volta che ero stato lì, vale a dire la settimana precedente. Tom non aveva mai avuto molto gusto per l’arredamento, al contrario di Linda, che era veramente brava in quel genere di cose. Aveva anche un diploma, o un attestato o che so io. Qualcosa che la qualificava, insomma, e che contribuiva a dare all’interno della villetta un aspetto quantomeno decente. Affiancato dalle scelte obbiettivamente kitch di Tom, spiccava un ottimo gusto. Una perfetta riproduzione di un Magritte appesa su di un’orrenda carta da parati, un antico mobile in legno di un certo valore rovinato da un’oscena lampada appartenente alla madre di Tom…cose di questo tipo, insomma. Se dovessi definire quella casa con una parola userei “contrasto”. Decisamente. L’unica zona dove le scelte di Linda avevano evidentemente avuto la meglio era la cucina. Non era molto grande, ma lo spazio era stato utilizzato al meglio, e il risultato era accogliente. Non so più quante ore avevamo passato lì dentro noi quattro, vale a dire io, Kate, Tom e Linda a mangiare, giocare a carte, fumare qualche spinello o, semplicemente, a chiacchierare, anche per tutta la notte. Non so perché, ma quella cucina per noi rappresentava qualcosa di speciale. E aveva una caratteristica che accentuava la sua particolarità ancora di più. Sulla parete esattamente opposta a quella della porta, stava un grosso orologio tondo, uno di quelli moderni, abbastanza comuni, riconoscibili in molte case del paese. Ma la sua particolarità consisteva nel fatto che quell’orologio aveva segnato sempre un unico minuto. Vale a dire le otto e cinquantasei.
E, in quel momento, mi ritrovai a guardare il mio orologio da polso: segnava esattamente lo stesso minuto. Le otto e cinquantasei. Fissai il mio sguardo sul grosso orologio tondo, affascinato da quella stupida coincidenza, ma continuai a muovermi in avanti, lentamente. Quando se ne accorse, Tom mi disse bruscamente
- Sam. Attento a dove metti i piedi.
Solo in quel momento guardai a terra, e vidi il corpo dell’uomo che giaceva sul pavimento freddo della cucina. Stava a faccia in giù, e indossava solo un paio di boxer. Per la verità, indossava anche un paio di pantaloni marrone scuro, ma erano calati all’altezza delle ginocchia. Giudicando dal fisico, doveva essere abbastanza giovane; non ancora tanto vecchio da avere la pelle rinsecchita, in ogni caso.
Accanto alla nuca, sulle piastrelle della cucina, si vedeva scorrere un sottile rivolo di sangue, che andava a formare una piccola pozza rosso scuro a qualche centimetro di distanza. Alzai lo sguardo sul mio amico. Tom se ne stava in piedi, guardando quel corpo un po’ come si fa dopo un danno. Non so dire, come quando si è appena rovesciato il latte a terra, o dopo aver rotto un bicchiere. Stava lì, tranquillo, forse pensando a cosa avrebbe dovuto fare. Cercai di richiamare la sua attenzione, ma lui non alzava lo sguardo; era come in contemplazione.
Dopo diversi minuti di silenzio, riuscii a spiccicare qualche parola.
- Tomas…Dio santo…ma cosa diavolo è successo?!?
Ovviamente, mi ero già fatto una mezza idea dell’accaduto – avevo visto quella scena centinaia e centinaia di volte - ma avevo anche capito che Tom non avrebbe cominciato a parlare fin quando non glielo avessi chiesto direttamente. Quando parlai, si girò con un movimento nervoso, prese un fiammifero dal piano cucina, si ficcò una sigaretta in bocca e disse
- Uno torna distrutto dopo una giornata di merda, no? Una giornata di merda perché è il suo cazzo di lavoro ad essere di merda. Capisci, Sam? Uno non vuole fare nient’altro che entrare in casa, dire “Tesoro, sono a casa!” o qualcosa del genere, sedersi a tavola, mangiare una cena discreta – niente di che, mi accontento anche degli avanzi del giorno prima – e poi, tranquillamente, infilarsi nel letto e cercare di dormire; perché sai cosa c’è, Sam? Che il giorno dopo ti aspetta un’altra. Giornata. Di. Merda.
- Tom, chi è questo…?
- Shhht…fammi finire, Samuel. Fammi finire. E’ tutto qui quello che voglio. Non pretendo nient’altro che un po’ di normalità. E’ forse troppo, Sam?
- Tom, io…
- E invece! E invece per colpa di questo schifoso che sta sdraiato qui, sul MIO pavimento della MIA cucina che sta in casa MIA le cose devono prendere un’altra piega, Cristo! TUTTO! PER! COLPA! TUA! SCHIFOSO! BASTARDO!
Aveva accompagnato ogni parola con un calcio dritto nello stomaco del corpo che giaceva a terra, inanimato.
- Tom, Cristo d’Iddio, datti una calmata! Cosa è successo?!? Me lo spieghi o no?
- Ok. Ok. Entro in casa, non sento nessun rumore, strano penso, Linda dovrebbe essere in casa a quest’ora e invece sarà andata a casa di qualche sua amica a giocare o a guardare la tv o che cazzo ne so io, insomma non c’è. Allora vado verso camera mia ed è in quel momento che sento dei sussurri. E riconosco la voce di mia moglie e di questa…questa merda, qui. Mia moglie dice qualcosa tipo “nasconditi”, non capisco bene, quasi non ci credo, mia moglie, Dio, mia moglie Linda, Sam, ti rendi conto? Cristo…comunque, entro in camera, ed è tutto scuro perché lo hai visto anche tu il cielo stanotte, Sam, non si vede niente, è tutto così nero, ma io riesco lo stesso a vedere questo bastardo che cerca di infilarsi i pantaloni. Mi guarda e dice qualcosa come “No, aspetta un attimo, non è come pensi” e io non ci vedo più, mi sento la testa scoppiare e inizio a inseguirlo e lui è scappa in cucina e io riesco in qualche modo a spingerlo e credo che sia inciampato nei pantaloni o che cazzo ne so e ha sbattuto la testa contro il tavolo proprio lì, vedi? Lì dov’è macchiato di sangue. E Cristo io…
- Tom…
- …proprio non so cosa mi è preso…
- Tom…
- … e non ho avuto il coraggio di toccarlo e…
- Tom…
- …si?
- Dov’è Linda?
- Oh, Linda sta bene, almeno credo…è svenuta nel momento stesso in cui sono entrato in camera ma sta bene credo, sta bene, sembra stia dormendo, è solo svenuta, sta bene, io non l’ho sfiorata nemmeno, non so cosa mi è preso Sam, sta bene, Linda sta bene. Credo.
Lasciai Tom in cucina e mi diressi in camera da letto. Effettivamente, Linda stava stesa sul letto, mezza nuda. Sembrava proprio che dormisse. Mi avvicinai, mi assicurai che respirasse. Tom non mi aveva mentito: era davvero solo svenuta. D’altra parte, conoscevo abbastanza bene Tom da sapere che non l’avrebbe mai toccata nemmeno in preda alla rabbia più incontrollata. Tornai in cucina.
Avevo visto una scena del genere mille volte nella mia vita. Tipica violenza causata da gelosia. Niente di più banale, ma mai avrei creduto di vedere quella scena proprio nella cucina di Tom. – Perché me, Tom?
- C-cosa?
- Perché hai chiamato proprio me? Cosa credi che dovrei fare ora?
- Non lo so…arrestarmi? Non lo so, sei la prima persona che mi è venuta in mente, Sam, Cristo siamo amici da quando eravamo bambini e…
- Ok, ok, adesso stà calmo. Hai controllato almeno se è vivo o morto?
- Oh no, Sam, non avrei mai potuto avvicinarmi, io non avrei…
Mi piegai sul corpo e gli tastai il polso.
- Allora, Sam? E’ omicidio o…o solo tentato omicidio?
- Tom…stà un po’ zitto, per Dio…non sono nemmeno in servizio, non potrei arrestarti. Di certo non ora, almeno.
Mi alzai in piedi, e esaminai un la scena. Anche in questo caso, Tom aveva detto la verità: su di un angolo del tavolo c’era una macchia di sangue. Controllai la ferita sul corpo del ragazzo, e la larghezza del taglio corrispondeva. E poi, nient’altro nella cucina sembrava fuori posto. Nessuna traccia di lite. Doveva essere proprio andata così: Tom l’aveva spinto, il ragazzo aveva battuto la testa. Niente di troppo strano. Guardai Tom.
- Tomas, ascoltami. Dovrò far venire qui un po’ di gente. Scientifica, medico legale, roba del genere.
- Certo, io…
- Da solo non posso fare niente. Devo fare un po’ di chiamate, routine solita.
- Ok, Sam, va bene. Ma io cosa dovrei fare?
- Tu vai di là con Linda, sdraiati con Linda e cerca di dormire un po’.
- Ma…l’arresto…
- Ma quale arresto, Tom! Sta tranquillo, risolvo tutto io.
- S-sì…tranquillo…ma come farai a…
- Tu non preoccuparti. Mi inventerò qualcosa. E adesso, fila di là.
- Io…ok, Sam…senti, non so come ringraziarti, sei un vero amico, io non finirò mai di sdebitarmi e…
- Smettila, Tom, ok? L’unico favore che puoi farmi in questo momento è offrirmi una di quelle Lucky Strike. E poi andare di là e addormentarti, se non ci riesci prendi in sonnifero. Con i ragazzi della scientifica ci parlo io, tu sta tranquillo. Cerca di dormire, ok?
Fortunatamente, Tom si bevve tutta quella roba. Lo accompagnai per il corridoio fino alla camera da letto, e intanto lui continuava a farfugliare qualcosa sul ringraziare e sullo sdebitarsi. Ma io avevo smesso di ascoltarlo da un pezzo. Gli chiusi la porta alle spalle e tornai in cucina.
Stetti per un po’ a fissare ancora il corpo a terra. Era silenziosa la cucina, adesso. Anche la pioggia, alla fine, si era attenuata. Si sentiva solo un leggero rumore provenire dal soffitto, ma niente di troppo fastidioso. Fumai la sigaretta e, proprio mentre la stavo spegnendo, il corpo a terra iniziò a tossire.
- Ce l’hai fatta, finalmente, eh?
Mi avvicinai e lo aiutai ad alzarsi in piedi. Non aveva più di venticinque anni, di sicuro. Mi guardò come se venissi da un altro pianeta.
- Cazzo…ma che è successo?
- E’ successo che sono della polizia. Ed è successo che ti ho appena salvato la vita, stronzo.
Gli raccontai in breve quello che era successo e come era successo.
- Ma…perché lo hai fatto? Non potevi semplicemente dire al tuo amico che ero ancora vivo? Perché gli hai fatto credere di essere un assassino?
- Oh, tranquillo, domani gli spiegherò tutto. Ma ora, proprio non potevo dirgli che tu eri ancora vivo.
- Perché no?
- Semplice. Perché Tom ti avrebbe ucciso per davvero. E io avrei dovuto arrestarlo, ma è il mio migliore amico, e a me non va di arrestare il mio migliore amico. E’ chiaro?
- S-sì…è chiaro, Sergente.
- Non sono sergente. Sono Ispettore. E ora va a casa e non farti più vedere qua in giro.
- Ma…la mia camicia?
- Cazzo…ma a chi importa della tua camicia?!? Vuoi farti ammazzare o cosa? Corri a casa, ti ho detto!
- Ok, ok. Vado.
Uscì dalla cucina usando la porta sul retro, senza più voltarsi verso di me. Era così stupido da non essersi ancora allacciato i pantaloni, e cadde più di una volta mentre percorreva l’isolato. Poi, uscì dal mio campo visivo. Spensi la luce della cucina, poi quella del corridoio, e infine uscii anche io da quella villetta. Calpestai lo steccato che era rimasto a terra, totalmente coperto di fango e aprii la portiera della Ford. Mi resi conto di non averla sbattuta abbastanza forte, dopotutto, perché la macchina era piena di acqua. Acqua piovana, sporca.
- Oh, fantastico.
Quando arrivai a casa, Kinsey era ancora lì con il tagliaerbe alle prese con il giardino. Incredibile. Gli feci un cenno di saluto e mi avviai sotto al portico. Ci misi più di cinque minuti a trovare la chiave giusta per entrare in casa. Era tutto così scuro. Alla fine ce la feci, appesi la giacca all’ingresso, mi feci una doccia veloce per togliermi tutto quello schifo di fango da dosso ed entrai in cucina, nella mia cucina, voglio dire. Quella dove l’orologio funzionava, e mi diceva che tutto quel casino mi aveva tolto quasi due ore della mia vita. Sul tavolo c’era un biglietto.
Diceva: “Il pollo è in forno. Kate.”
Presi il pollo, che oramai era completamente freddo. Mica male, pensai. In fondo, a me il pollo freddo piace.
Scritto da edwood86 alle 18:44 in storie, fotogrammi di vita
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giovedì, 07 settembre 2006
Del come nacque e prosperò il Più Grande Buco Nero Di LaVes
"Cos'è quello, papà?"
"Oh, ma quello è un cestino."
"E a cosa serve un cestino, pà?"
"Serve a buttarci i rifiuti, figlio."
"E cos'è quello, papà?"
"Oh, ma quello è un cane."
"E a cosa serve, pà?"
"Serve a farci compagnia, figlio."
"E cos'è quello, papà?"
"Oh, ma quello è un buco."
"E a cosa serve, pà?"
"Serve a ricordarci, figlio. A ricordarci."
Così il signor Kinopa e rispettivo figlio, una domenica d'estate, passeggiando al parco comunale più verde di tutta LaVes.
Destino voleva infatti che, proprio al centro di LaVes, circondato a destra da infiniti palazzi grigi alti più di un bilione di piani, e a sinistra dai lavori in corso per il nuovo Megagalattico Stadio Supremo, e inoltre perfettamente illuminato dai raggi del sole nel preciso istante in cui esso raggiungeva il punto più alto della sua alba, sorgesse un enorme, strabiliante, terrificante, giottesco buco nero. Proprio così. Un grandissimo buco nero.
"A ricordarci cosa, pà?"
"A ricordarci che non si può ottenere tutto quello che si vuole senza pagarlo."
"Cosa vuol dire, pà?"
Il signor Kinopa, piano, si piegò verso il cucciolo d'uomo che gli camminava affianco, e guardandolo negli occhi gli disse:
"Vuoi davvero sentire la storia del Più Grande Buco Nero?"
"Sì! Sì!"
"Allora, sta bene attento."
E il signor Kinopa iniziò a raccontare al figlio la storia del Più Grande Buco di LaVes.
Il signore e padrone di tutta LaVes, Eronimo DeBocout, stava seduto una mattina di sole sulla più comoda sedia a sdraio di tutta la città, sorseggiando un cocktail preparato dal più bravo barman di tutta la città, dopo essersi appena spalmato sulle spalle la crema solare più protettiva di tutta la città, stava seduto dicevo proprio vicino al bordo della piscina- indovinate un pò?- più limpida di tutta la città. Proprio in quel momento il maggiordomo (il più elegante di...) gli stava portando il telefono su di un vassoio d'argento.
"Signor DeBocout..."
"Non voglio essere scocciato da nessuno per tutto il giorno, Maggiordomo."
(Non era uno scherzo. Il maggiordomo si chiamava proprio Maggiordomo. Maggiordomo Potrien, per la precisione.)
"Ma signor DeBocout, potrebbe essere..."
"MAGGIORDOMO! Ho detto che non voglio essere disturbato da nessuno per tutto il giorno! Anzi, facciamo per tutto il mese! Anzi no, facciamo proprio che tieni quel maledetto telefono staccato per tutto l'anno. L'anno sabbatico, Maggiordomo, sai cos'è l'anno sabbatico?"
"Veramente...io...Signore..."
"Ahhh lascia perdere, Maggiordomo. Non sai mai niente tu! Anzi, per dirla tutta, non sa mai niente nessuno, in questa cavolo di città! Anzi, in questo cavolo di mondo!"
Diceva spesso "anzi", il signor Eronimo DeBocout, signore e padrone di tutta LaVes.
"Ora puoi andare. E non tornare più. Anzi, non tornare più, se non con notizie positive riguardanti l'invito a cena da me fatto alla signorina Lara, maggiordomo."
Adesso non aveva chiamato Maggiordomo per nome, il signor Eronimo DeBocout. Bisognava starci bene attenti, a queste cose, altrimenti qualcuno avrebbe anche potuto offendersi.
Maggiordomo, mestamente, ritornò da dove era venuto. Il signore e padrone di tutta LaVes era ora di nuovo libero di godersi la giornata più riposante di tutta la settimana. Anzi, la giornata più riposante di tutta LaVes! Ma era destino che quella quiete venisse, in qualche modo, disturbata.
Uno strano gorgogliare, come quello di un qualche essere che non riesce a respirare per bene, giunse infatti all'orecchio del signor Eronimo proprio quando, avendo finito il cocktail più buono di tutta LaVes, si preparava a ordinarne un altro. Ancora più buono, possibilmente.
Stava proprio pensando a cosa ordinare, quando il gorgoglio di cui sopra arrivò a disturbare l'orecchio più cotton-fioccato di tutta LaVes.
"Ma cosa...?", disse tra sè e sè il signor DeBocout, e nello stesso istante sul capo gli comparve una nuvoletta con dentro scritto:
"Ma cosa...?"
,ma lui, ovviamente non poteva vederla. Poteva invece ben vedere che il livello dell'acqua della piscina più profonda di tutta LaVes stava lentamente ma, nondimeno, costantemente, con grande stupore del suo padrone - tra l'altro padrone e signore di tutta LaVes - dicevo stava modestamente dimunuendo. Non una gran cosa, a vedersi, ma lo stesso un avvenimento con un suo qual fascino, non c'è dubbio.
"Ma cosa...?", ripetè Eronimo DeBocout, stavolta alzando la voce, e successivamente gridando con tono isterico et fastidiosissimo:
"Maggiordomo, per Budda!"
Bestemmiava sempre Budda, il signore e padrone di tutta LaVes. Ma nessuno sapeva perchè. In ogni caso, disse proprio:
"Maggiordomo, per Budda!"
Quello che non poteva sapere Eronimo DeBocout era che il maggiordomo Maggiordomo Potrien, prendendo quella che si può definire la più coraggiosa decisione di una vita, si era poc'anzi dichiarato alla più provetta cuoca di tutta LaVes (moglie peraltro del più provetto autista di tutta LaVes), insomma si era poc'anzi dichiarato con grandi squilli di trombe Auto-Sollevatosi dall'incarico, ponendo così fine alla rinomata dinastia di maggiordomi della famiglia Potrien, servitori fedeli come pochi: i più fedeli di tutta LaVes, si diceva in giro.
Tornando al nostro Eronimo DeBocout, sarà anche stato il signore e padrone di tutta LaVes, ma con una piscina che andava pian piano svuotandosi, proprio non sapeva cosa fare. Dopo aver (inutilmente, come detto) urlato un altro paio di volte il nome del maggiordomo, e dopo aver tirato in ballo almeno altre tre divinità orientali, il signor Eronimo passò dalle parole ai fatti, e cioè, nell'ordine:
1) Si tirò su dalla sedia a sdraio.
2) Si avvicinò al bordo della piscina.
Da quella che potremmo definire la miglior angolazione della piscina di tutta LaVes, il signor Eronimo potè constatare che l'acqua veniva semplicemente risucchiata da un buco non più grande di una mela, che si era venuto a formare sul fondo della piscina. Non sapendo cos'altro fare, il signore e padrone di tutta LaVes aspettò che l'acqua tutta venisse risucchiata nel buco; operazione che richiese non più di due minuti, dato che la velocità con cui il buco lavorava era aumentata costantemente.
Finalmente, anche l'ultima goccia venne aspirata da quel buco, e Eronimo DeBocout rimase lì, come in attesa che qualcosa accadesse. E qualcosa, in effetti, accadde, ma non immediatamente.
Il signor Eronimo ebbe il tempo di rimettersi nella sua posizione preferita sulla sedia a sdraio. Avrebbe chiamato un idraulico il giorno stesso, pensò compiacendosi del suo stesso pensiero. E indi gridò:
"Maggior..."
Poi si ricordò degli scarsi risultati ottenuti con le precedenti grida, e si fermò.
"Pazienza", pensò, "domani assumerò il nuovo maggiordomo più bravo di tutta LaVes. Intanto sarà meglio godersi il sole..."
Magari avesse potuto, il signore e padrone di tutta LaVes! Invece, proprio in quell'istante, uno sgradevolissimo suono sostituì quello appena interrottosi del gorgoglio: questo ricordava quello delle unghie che strisciano, irritanti, su di una lavagna.
Con infinito disappunto e inimmaginabile sdegno, il signor Eronimo DeBocout si avvicinò di nuovo al bordo della - ormai - piscina più vuota di tutta LaVes e vi scrutò dentro, socchiudendo gli occhi, ma non riuscì in nessuna maniera a credere a ciò che vide: adesso, infatti, il buco si era allargato fino a raggiungere la dimensione di un pallone da basket e, cosa ben più incredibile, stava risucchiando il fondo stesso della piscina!
Docilmente, il materiale azzurro scivolava nel buco nero, come se fosse la cosa più normale al mondo.
Il signor Eronimo arretrò dalla sua posizione, inorridito. Il buco diventava sempre più grande, e adesso occupava tutto lo spazio dove, fino a pochi minuti prima, il signore e padrone di tutta LaVes soleva rinfrescarsi: vale a dire, la piscina.
Non riusciva ad emettere suoni, la bocca più larga di tutta LaVes, quella di Eronimo DeBocout. Adesso anche le piastrelle rosse della terrazza iniziavano a farsi tranquillamente tirare giù, seguite dal tavolino per i cocktail, dalla sedia a sdraio, dalla crema più protettiva di tutta LaVes, dal cane più guardingo di tutta LaVes (ah, di lui mi ero dimenticato: si chiamava LaVessy, ed era beige), e poi ad una ad una iniziarono a venir via le palme che proteggevano dal sole il signor Eronimo DeBocout, e poi le finestre e le tende e le sedie e i tavoli da pranzo e i tavoli per cucinare e quelli per cucire e i letti con i cuscini e le coperte tutte (le più vellutate di tutta LaVes) e poi la servitù per intero - ad esclusione di Maggiordomo, ovviamente, Auto-Sollevatosi dall'incarico - e i bicchieri e le posate d'argento e tutta l'attrezzatura sportiva - per'altro mai usata - del signor Eronimo, seguita a ruota dagli armadi e dai vestiti più firmati di tutta LaVes e dai lavandini e dai water e dalle docce, seguite a ruota dalle vasche e dalle asciugamani, insomma un macello, tutta una casa, tutta una fortuna, tutta una intera vita tirata dentro da questo benedetto buco fino a che non rimasero vive e in piedi tre cose, tre cose soltanto: il buco, il signor Eronimo DeBocout e una nuvoletta bianca, la quale recava il messaggio:
"Ma cosa...?"
E furono proprio queste le ultime parole di Eronimo DeBocout, signore e padrone di tutta LaVes, un attimo prima di venire anch'egli risucchiato da quella sciagura che in pochi istanti gli aveva tolto tutto, per lasciarlo da solo con una nuvoletta raffigurante i propri, scarsi pensieri.
Dove prima sorgeva la casa più invidiata da tutta la popolazione di LaVes, ora si era imposto qualcos'altro fisicamente molto più spaventoso, ma al quale, moralmente, le nefandezze del signor Eronimo DeBocout non avrebbero avuto nulla di che invidiare:
Il Più Grande Buco Nero Di LaVes.
Adesso, il figlio del signor Kinopa guardava senza battere ciglio il Buco, e sembrava aver tante di quelle domande da fare che non sarebbero mai potute essere contenute da quella bocca. Difatti, riuscì a farne solo tre. La prima fu:
"Papà...ma che fine ha fatto quel Maggiordomo?"
"Non lo so, figlio, ma ti posso assicurare che non è stato risucchiato dal buco."
E la seconda fu:
"E tu come lo sai, papà?"
"Oh, è molto semplice, figlio...lo so perchè questa storia me l'ha raccontata lui."
E la terza fu:
"Andiamo a casa, ora, papà?"
Andarono a casa.
Scritto da edwood86 alle 04:47 in storie, nulla, tales from the looking glass, laves
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domenica, 03 settembre 2006
M.
Karl M. non era mai stato un bambino come gli altri. Quando gli chiedevano che lavoro volesse fare da grande lui rispondeva sempre, semplicemente, così:
"Lo Scrittore."
Karl M. non si faceva notare molto in giro. Era uno che passava inosservato. Avete presente quando qualcuno dice: "Erano in tre o quattro"? Beh, Karl M., solitamente, era "o quattro."
Karl M. aveva una stanza diversa da tutte le altre. I muri della sua camera cambiavano a seconda del suo umore, e lui negli anni aveva creato una legenda che associava ad ogni colore un umore. Ma il viola, il viola proprio non sapeva cosa volesse significare.
La prima ragazza che Karl M. conobbe, si chiamava Sara. Erano per strada, sullo stesso marciapiede, meno di un paio di metri, fra Karl M. e Sara. Lei lo guardava; lui la salutò.
"Perchè mi hai salutato?", fece lei.
"Perchè mi guardavi."
"Perchè, non posso guardarti?"
"Perchè, non posso salutarti?"
Lei tirò fuori la lingua, indispettita. Poi aggiunse.
"Se sentissi un'altra volta perchè potrei uccidere."
"Dici sul serio?"
"Certo che dico sul serio."
"..."
"..."
"Perchè?"
Fecero l'amore tutta la notte. Finì una settimana dopo.
Karl M. non amava i rapporti duraturi. Conobbe un sacco di persone, ma non frequentò mai le stesse per più di un paio di mesi. Il suo migliore amico fu Philip H., la cui amicizia durò esattamente 54 giorni, 16 ore e 25 minuti, al termine dei quali i due, guardando il tramonto a Finis Terrae, si diederò l'ultimo saluto perchè non si sarebbero visti mai più. Karl M. partiva, ma non sapeva per dove, nè sapeva per quanto tempo sarebbe stato fuori.
Karl M. una volta fu assunto come cameriere in un ristorante di classe, a Vienna. Dopo una settimana fu licenziato. Era venuto alle mani con un cliente che aveva ordinato una Torta Imperial.
Karl M., in quei giorni, sosteneva una battaglia per l'abolizione della Torta Imperial, abolizione che avrebbe condotto al conseguente monopolio della Torta Franz Joseph. Lo fece presente al cliente, tale Mark D., e si rifiutò di portargli la torta. Dopo pochi minuti, erano entrambi a terra. Ci volle più di mezz'ora per separarli. Alcuni testimoni giurarono di aver visto segni di morsi sulle braccia di Mark D.
Karl M. non parlava molto, ma quando parlava era difficile contraddirlo. Una volta un suo amico (Jim B.) gli confessò di essere innamorato. Lui allora gli chiese:
"Come fai a sapere di essere innamorato?"
"Non te lo so spiegare. La amo, e questo è tutto."
"Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri."
"Questa è di Bukowski, giusto?"
"Sbagliato. Chi scrive non incatena le parole: le libera. Dopo che una frase è stata scritta, è di tutti e non è di nessuno."
"Sei un figlio di puttana, sai?"
"Certo che lo so. Ma la mia ragazza non sta baciando un altro proprio dietro di me."
"Ma che dici tu non ce l'hai una..." Jim B. si interruppe e si girò di scatto. Non c'era nessuno. Quando si rigirò, anche Karl M. era sparito, lasciando un leggero odore di Martini nell'aria.
Karl M. era conosciuto da tutti. Non c'era nessuno, in città, che non lo avesse sentito nominare almeno una volta. Nessuno che non conoscesse almeno due o tre aneddoti a riguardo. Ma se chiedeste a chiunque che faccia avesse Karl M., state sicuri che tutti cercherebbero, vaghi, di cambiare discorso.
Karl M. una volta si sdraiò nel bel mezzo della strada, di notte. Una grossa macchina scura riuscì a frenare all'ultimo momento. Ne scese un grassone, intriso di acqua di colonia. Aveva l'orologio d'oro più grosso che possiate immaginare, e l'accento più volgare che si possa ascoltare.
"Ma che fai? Vuoi farti ammazzare?"
"Esattamente."
Karl M. si tirò in piedi.
"Ma, vede, c'è un problema. Ogni macchina che arriva, è grossa e scura, e riesce a frenare in tempo. Poi ne scende un grassone intriso di acqua di colonia che, con l'accento più volgare che si possa ascoltare, mi chiede: Vuoi farti ammazzare? Ed è allora che io gli rispondo: Esattamente..."
Tutti amavano Karl M. Non si poteva fare altrimenti. Era un'idiota. E un genio. E un dormiglione. E il più diligente lavoratore che si possa incontrare. Era affettuoso, ed anche uno stronzo. Era divertente, sarcastico e noioso. Era buffo, ed era tragico. Era un eroe. E non avrebbe mai potuto dormire con la luce spenta. Non portava mai l'orologio, ma sapeva sempre che ora era. Non aveva un cellulare, perchè era lui a farsi trovare. Era buono, brutto e cattivo. Ed era irresistibile.
Io ero Karl M.
Tu eri Karl M.
Tutti noi, tutti voi, prima o poi, siete stati o sarete Karl M., in una vita o nell'altra o in quella dopo ancora.
Karl M. era poi riuscito a diventare uno scrittore.
Ma è morto ieri l'altro, investito da una stella.
Sulla lapide sta scritto:
"Avreste odiato Karl M. con tutto il cuore, e non sareste riusciti mai a fare a meno di lui."
Scritto da edwood86 alle 04:22 in storie, tales from the looking glass
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lunedì, 10 luglio 2006
...è stato un lungo mese. No, è stato più che altro intenso. No, direi sfiancante. No, no, che dite: è evidente che è stato un mese insostenibile. Non guarderò mai più un mondiale in vita mia. Lo diciamo sempre. Sempre. E quattro anni dopo eccoci lì. Sta iniziando, mantenere le posizioni, cazzo. Che qua o si vince o si muore. Togliete tutto dal tavolo, che l'ultima bolletta che abbiamo pagato era piena di sangria. Zitti, zitti, gli inni. Ma va, che tanto suona prima il loro. E puntualmente suona il nostro. Tutti in piedi, si canta, si ride quando inquadrano Gattuso con gli occhi chiusi, come al solito andiamo fuori tempo, troppo veloci troppo veloci troppo veloci, e c'è quel momento in cui senti tutte queste voci intorno a te che rallentano in modo innaturale, come quando i vecchi mangiacassette avevano le pile scariche e noi lì a disperarci, lontani chilometri da ogni negozio di elettronica, a sentire quei suoni dilatarsi, fino a fermarsi completamente. Ma l'inno no. L'inno non si ferma. Torniamo stoicamente in sincro con il labiale di Buffon. Giusto per dire che siamo pronti alla morte. Che poi, pensandoci bene, siam pronti alla morte sti gran cazzi...o no? Ma cosa vedo? Perchè quel tipo grassoccio con la faccia da sedicenne è seduto al posto della Frà? Intervenite. Toglietelo di lì. Ma non scherziamo. E ve lo chiedo per cortesia. Spostatelo di peso. Linciatelo. Lo voglio vedere nella piscina entro dieci secondi. Ma non abbiamo nessuna piscina, cazzo dici! Ah, già.
Flashback: nel pomeriggio, quella cornacchia che vive fuori dal nostro palazzo inizia a gracchiare. Non lo faceva dal 12 giugno. Ahia. La vedo dura. Ma no, vedrai che ce la facciamo. Si, si, certo. Come no. Ce la facciamo. E' la Francia. Non di nuovo, vi prego. Non voglio un'altra Rotterdam.
Torniamo qui. Inizia la Marsigliese. Tsè. Ma vergognatevi. Cantatevi il vostro inno, che noi intoniamo "Osteria di Broccaindosso", in risposta. Ecchissenefrega del rispetto. Cazzo, sono la Francia, mica persone normali? E' iniziata. Ci siamo tutti? Sicuri? Prendiamo come esempio quel grand'uomo del ex-presidente, ricontiamoci, che non si sa mai. Ok. Ecco fatto. Iniziamo subito. E fai pure il cucchiaio, stronzo maledetto. E ti va pure bene. Perchè mi pare evidente che il cucchiaio non lo sai fare, e che ti è venuto a culo. Senza che cerchi di negarlo. Non di nuovo Rotterdam, vi prego. Il cuore non reggerebbe. Per fortuna che c'è Pirlo. E Materazzi, che è la cosa più scoordinata che occhio umano abbia mai visto, non c'è dubbio, ma intanto la butta dentro. E respiriamo un attimo. E Toni continua ad avere la fissa per la traversa. Barthez, il suo vecchio culo.
Fine primo tempo. Vado a comprare le sigarette. Che qualcuno mi accompagni. Ma ce la facciamo? Sì che ce la facciamo. Sì, ce la facciamo, e intanto 5 minuti se ne sono andati solo per allacciarsi le scarpe. Perchè la scaramanzia prevede piedi scalzi a questo giro, sia ben chiaro. Corsa giù per le scale. Rischio. Superiamo il primo distributore, perchè è occupato. E trenta secondi da perdere, mi dispiace, non ce li abbiamo. Raggiungiamo il prossimo tabaccaio, che poi se vai a vedere facevamo prima ad aspettare che si liberasse il primo distributore, ma vuoi mettere il divertimento di tornare di corsa? Entriamo in casa ed è una sauna. Inizia il secondo tempo...
...ed è una merda. E' chiaro fin dall'inizio che facciamo schifo, e che gli ennesimi 10 anni di vita se ne andranno anche stasera. Pazienza, ci abbiamo quasi fatto l'abitudine. Quasi, eh. Ah, ma ora che ci penso, Totti dov'è? Toh, eccolo lì. Ma dove va? Ah, esce? Ma perchè, era in campo? Bah, sarà...io mica ci credo tanto. Comunque. Cosa? Ah, ci hanno annullato un gol. Vabbè, cose che capitano sempre a noi, no? Mio fratello cerca di lanciare il televisore sul pavimento. Mi esibisco in un perfetto placcaggio. Appena in tempo. Andiamo avanti. Supplementari. Dopo aver sofferto in una maniera non perfettamente quantificabile, è ovvio. Ma, in ogni caso, supplementari. E' la vita che te lo chiede, evidentemente. Fumo una sigaretta di tensione, dò uno sguardo alla tv. C'è Frankenstein. Evidentemente qualcuno ha cambiato canale. Ma no, ma no, non vedi che è Ribery? mi dicono. Ah, buon per lui, in questo caso. La cosa che vedo subito dopo è un angelo che si libra in cielo. No, è solo Buffon che, tanto per, toglie il pallone da dentro alla porta. Zidane non la prende tanto bene, devo dire.
E poi succede l'irreparabile. Per la Francia, ovvio. Materazzi dice qualcosa a Zinedine Zizou Zidane bla bla bla. Ci sono varie ipotesi a riguardo. Tutte abbastanza scurrili e, nondimeno, abbastanza immaginabili senza bisogno che ve le elenchi. Da ora in poi, guardiamo un uomo buttare nel cesso un sacco di cose. Zidane parte tipo Mr.Bison in Street Fighter. Quell'assurda pelata sfonda lo sterno di Materazzi. Cioè, non è che lo sfonda proprio, eh. Ma per buttare a terra quella montagna umana ce ne vuole. Panico. Lo hanno visto. Non lo hanno visto. Lo hanno visto. Cazzo di argentino, c'hai le corna c'hai. Non lo ha visto. Ti ho detto che lo ha visto. E poi finalmente quel rosso
rosso
rosso
rosso
rosso
rosso
E, diciamocelo, è una liberazione non chiaramente giustificabile. Ma è qui che abbiamo vinto. In questo esatto istante. Perchè quando vedo quel numero 10 di spalle passare a meno di un metro dalla Coppa, e scendere mestamente negli spogliatoi (La pensione la ritiri domani mattina, coglione!, grida qualcuno alla mia sinistra), il cuore capisce che questa partita è nostra. Non ce n'è. La vinciamo. Cazzo se la vinciamo. Il cervello si ribella. Ma il cuore lo sa. Vinciamo. Vinciamo. Vinciamo. Rigori. Ma i rigori non sono bella cosa da raccontare. Trezeguet sbaglia. E non mi venite a dire che non c'è giustizia divina. E l'ultimo rigore è nei piedi di Grosso. Lacrime. Grosso arriva sul pallone. Paura. Ti prego. Lacrime. Grosso prende la rincorsa. Grosso tocca il pallone. Grosso.
grosso
grosso
grosso
grosso
Quattro volte campioni del mondo.
Scritto da edwood86 alle 14:09 in ricordi, storie, questo era prima, tales from the looking glass, campioni del mondo n°4
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mercoledì, 14 giugno 2006
il gelataio
...erano stati mesi di attesa. di esercitazioni. di colpi sparati contro pezzi di cartone modellati in forma umana. di ordini finti e di finte esecuzioni di questi. in definitiva, erano stati mesi virtuali. pedro aveva aspettato, provando emozioni di tutti i tipi, dall'ansia iniziale all'euforia degli ultimi giorni, fino ad arrivare al terrore più puro e reale delle ultime ore. ora non riusciva a sentire più nulla. solo freddo pungente, nelle ossa.
non era questo che pedro esteban rubèn avrebbe voluto fare da grande. sognava di essere un gelataio. di aver il suo bel negozio di gelati, con tutti i gusti classici schierati in fila, accanto a quelli che lui avrebbe inventato. avrebbe fatto felici tutti i bambini del suo quartiere. era questo che pedro voleva fare, quando aveva 6 anni. donare felicità. ma la famiglia! la tradizione! il buon nome! dove le mettete?
immaginate un mondo dove tutti, alla nascita, vengono abbandonati a sè stessi. senza regole. senza nessun tipo di educazione comune. senza nessuna cultura riconosciuta universalmente. una babilonia del nuovo millennio. riuscite a pensarci?
l'informatore aveva fatto il suo dovere. aveva rivelato la posizione del Nemico, barattandola con la sua libertà. un gesto di certo non onorevole per la patria, ma...sapete come vanno queste cose.
pedro ricordava perfettamente: la sveglia alle 3 del mattino, la consegna delle armi e degli equipaggiamenti, il gelo notturno del deserto, la partenza della camionetta che li avrebbe portati a destinazione. la rabbia mista alla paura dei suoi compagni. erano mesi che aspettavano questo momento. avrebbero finalmente visto in faccia il Nemico. l'uomo seduto alla destra di pedro vomitò. erano arrivati a destinazione.
il casolare, visto dall'esterno, appariva identico a quello di tutti gli altri sparsi nel deserto. mentre l'uomo con l'attrezzatura antimine faceva il proprio dovere, si guardò attorno cercando punti di riferimento. ma non c'era assolutamente nulla. avrebbero potuto trovarsi in qualsiasi parte del mondo, e non avrebbe fatto alcuna differenza.iniziarono i primi cenni da parte del più alto di grado. era il momento di muoversi. il piccolo gruppo di specialisti si avviò verso la porta. la concentrazione era assoluta. dietro la porta avrebbero visto il Nemico, e niente sarebbe stato più come prima. la porta venne aperta con tutta la cautela necessaria ma la stanza dietro di essa era completamente vuota. non c'era nulla, ad eccezione di un piccolo timer, collegato ad una discreta quantità di tritolo. il timer era un semplice orologio che segnava le ore, i minuti e i secondi. nel momento in cui la porta venne aperta i numeri componevano la seguente cifra:
00:00:03
nessuno si mosse. la luce divenne accecante. i suoni, ovattati.
l'immagine successiva che pedro vide fu il suo compagno joaquin piegato sopra di lui. gli gridava qualcosa, ma pedro non riusciva a capire esattamente cosa. il suo udito non si era ancora ripreso dall'esplosione. non sentiva più le gambe, e nemmeno il braccio destro. al posto dove di solito stava la parte sinistra del mondo, ora c'era un grosso buco nero. aveva perso un occhio. poco a poco le sue orecchie si riabituarono ai suoni normali.
"Sta tranquillo, Pedro! Calmo! I soccorsi sono già in viaggio! Stanno venendo a prenderti! Andrà tutto bene, vedrai! Stai fermo, e andrà tutto bene!"
pedro immaginò i soccorsi come una cosa sempre in movimento, destinanta a non arrivare mai da nessuna parte. si sentivano continuamente frasi come queste. "stanno arrivando", "saranno qui a momenti", "arrivano". ma, alla realtà dei fatti questi cazzo di soccorsi non...
ma non riuscì a finire il ragionamento. fu questa l'ultimo pensiero nella vita di pedro estebàn rubèn, che da grande voleva fare il gelataio. i soccorsi arrivarono dieci minuti più tardi.
Scritto da edwood86 alle 06:34 in storie, nulla, orrore
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sabato, 27 maggio 2006
"può ripetere, per favore?"
"delorean. marcus delorean."
"bene...età?"
"20."
"e cosa fa nella vita?
"tutun-tutun cinema."
il treno. di nuovo.
"cosa?"
"ho detto che studio ci-ne-ma! ma cos'ha, non ci sente per caso?"
"no è che...il treno..."
"io non ho sentito nessun treno..."
"si, si...lasci stare...piuttosto, mi dica, come mai è venuto qui?"
"credo di essermi dimenticato di morire."
"che?"
"senta, non posso perdere tutta l'ora a ripeterle quello che dico! io pago, e..."
"no, no...ho sentito quello che ha detto...ma non credo di averlo capito..."
"penso di essere morto. ma non riesco a ricordare quando è successo."
"e perchè lo pensa?"
"sono tanti piccoli particolari...prima di tutto, non provo più emozioni da un pò, e poi...ogni tanto ho la sensazione di essere invisibile...si, mi sembra che la gente non riesca a vedermi..."
"io riesco a vederla."
"e ci credo! è uno strizzacervelli!"
"e con questo?"
"con quello che la pago, ci mancherebbe solo che non mi vedesse."
"lasciamo perdere...per quanto riguarda le emozioni, può capitare di..."
"no. non può capitare. forse non ha capito. io non ricordo nemmeno cos'è un'emozione. sono totalmente apatico."
"e da quanto dura la sua...ehm...situazione?"
"beh...c'ho pensato la prima volta esattamente una settimana fa...mi stavo radendo e mi sono tagliato. nello stesso punto dove mi taglio da anni quando mi faccio la barba. è proprio per questo che me ne sono accorto. perchè...c'era qualcosa di sbagliato, nel taglio..."
"ebbene?"
"non ho perso nemmeno una goccia di sangue."
la penna del dottor harpo segnò qualcosa sul bloc-notes che stringeva in mano.
"altri...sintomi?"
"la sera seguente, stavo cercando di conoscere una ragazza in un pub, e lei se ne andata senza degnarmi neanche di uno sguardo..."
"oh, ma è normale..."
"per lei, forse! io ho un certo successo."
"ehm, si, si, ma anche io, naturalmente...ehm, ma passiamo avanti, la prego..."
"è stato come se io non ci fossi. come se fossi invisibile."
"e poi cosa è successo?"
"un mio amico mi è comparso davanti, all'improvviso."
"e...l'ha vista?"
"si, si, ma...il problema è che io non ho visto lui...mi si è...materializzato davanti, dal nulla..."
"cosa vuole dire?"
"ecco io...è come se facessi dei viaggi...non so, magari temporali...è come se fossi nel posto giusto, ma nell'anno sbagliato. a proposito, mi può dire che giorno è oggi?"
"è il 27 maggio 2003"
la faccia di marcus cambiò colore. per un attimo, agli occhi del dottor harpo, sembrò davvero un fantasma.
"cosa? il 2003?!? come il 2003?!? dio, sono avanti di...tre anni?"
"oh, stia tranquillo...era solo uno scherzo."
"fanculo, mi ha fatto morire di paura...tanto per rimanere in tema...e comunque, non la pago per prendermi in giro!"
"si, mi scusi...andiamo avanti. cosa mi dice delle emozioni?"
"tre giorni fa, la mia ragazza mi ha lasciato...ma non ho provato assolutamente nulla. nè gioia, nè dolore, nè rabbia, nè frustrazione, e..."
"ma...come la sua ragazza? non ha detto che una settimana fa ci stava provando con una?"
"senta, ma lei è uno psichiatra o il fottuto grillo parlante?"
"ma uno psichiatra, naturalmente! non ha visto le lauree dietro di me?"
"lauree? quali lauree?"
il dottor harpo si voltò di scatto. le lauree erano al loro posto, come al solito. quando si girò nuovamente, la poltrona di marcus era vuota. era scomparso.
"ma cosa..."
"fregato, doc. 1 a 1."
il dottore sbandò. marcus era alle sue spalle, sorridente, con una sigaretta tra le labbra.
"si sieda e continuiamo, per cortesia."
"beh, io le ho detto i miei sintomi...adesso la parola a lei...cosa mi dice?"
"aspetti un attimo..."
il dottor harpo riprese a scrivere sul bloc-notes. scrisse fitto fitto per 5 minuti. alla fine marcus lo interruppe.
"allora? si muove o no? guardi che io sono ancora qui, non sono scomparso! non ancora, almeno.."
"ehm, si, già, già...non è scomparso...se non fosse qui, signor delorean, le consiglierei di rivolgersi ad uno strizzacervelli...ma, dato che è già qui...non è che potrebbe darmi una dimostrazione pratica di quello che dice?"
"ce l'ha un tutun-tutun?"
"un che?"
"ancora il treno? ma qui mi sa che lei ha più bisogno di uno psichiatra di me...comunque, dicevo, ce l'ha un tagliacar..."
in quell'istante, il dottore si girò verso la finestra. guardò i binari rialzati che passavano proprio accanto alla sua finestra. un istante dopo, il treno deragliò, distruggendo la finestra dello studio. fu l'ultima cosa che il dottor harpo vide da vivo. subito dopo, fu investito in pieno dalla locomotiva.
marcus era sotto il vagone ristorante. si tirò fuori, si diede una sploverata.
"beh, doc, può anche non passarmi quel tagliacarte. direi che ha avuto la sua dimostrazione pratica, no?"
si inginocchiò a tastargli il polso. era morto. poi guardò l'orologio. l'ora era finita. marcus uscì dalla stanza. appena fuori, vide la segretaria che correva verso la porta.
"ma cos'è successo? cos'era quel rumore?"
"rumore? quale rumore?"
marcus si avviò verso l'ascensore. la segretaria rimase a bocca aperta a guardarlo. le porte dell'ascensore si chiusero, e la donna entrò nello studio. si coprì la bocca con un mano. il dottore harpo era sdraiato a terra, con gli occhi chiusi. la segretaria lanciò un grido. e il dottore, di rimando, diede due colpi di tosse.
"dottore?!? dottor harpo?!? dottore, cos'è successo?"
il dottore si mise faticosamente a sedere. poi guardò la locomotiva, straniato.
"io...io non me lo ricordo..."
Scritto da edwood86 alle 03:52 in storie, orrore, tales from the looking glass
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mercoledì, 10 maggio 2006
i quattro denti dell'elefante
...Arthur Simmons impiegò diversi minuti ad aprire la porta d'ingresso. La serratura era difettosa da mesi, ormai, ma non si era ancora deciso a ripararla. In più, la luce sul pianerottolo si era fulminata proprio il giorno prima. Era il primo giorno d'agosto, il caldo si era fatto insopportabile. La sua vicina ascoltava televisione spazzatura ad un volume pazzesco. Al settimo tentativo, Arthur Simmons riuscì ad aprire la serratura difettosa. Quel giorno compiva 30 anni.
Appena entrato in casa lanciò la giacca da qualche parte, attivò la segreteria telefonica e si gettò a peso morto sul divano in pelle nera. Completamente consumata, ovviamente. "Lei ha - 0 - nuovi messaggi.", gli comunicò con voce metallica l'apparecchio. Non che aspettasse messaggi...il suo era stato solo un gesto dettato dall'abitudine. Arthur chiuse gli occhi, sfinito, e rimase così per diversi minuti, senza muovere nemmeno un muscolo del proprio corpo. Trovò infine la forza di alzarsi, andò in cucina, aprì il frigorifero. Trovò delle sottilette e del prosciutto. Prese del pane, mise il tutto nel tostapane e tornò sul divano. Prese il telecomando, indeciso sul da fare. Poi lo tirò lontano, in un punto indefinito del soggiorno. Il rumore della protezione in gomma risuonò fortissimo nella casa deserta. Scrosci di applausi dall'appartamento della vicina. L'agente di Arthur, Mike Rampling, non gli procurava un lavoro da più di un anno.
Era stato quasi un attore importante, fino ad un paio di anni prima. Di quelli sempre sul punto di sfondare, ma che poi, alla fine della fiera, non ce la fanno. Di quelli che scompaiono, di cui parli seduto al bar, 10 anni dopo, con gli amici, in un fredda notte di febbraio.
"Ehi, ti ricordi di Simmons?"
"Di chi?"
"Com'era che si chiamava?"
"Ma, sì, ma sì, Simmons. Arthur Simmons!"
"Ah già...aveva fatto quel film, The Shopaholics..."
"Esatto proprio lui!"
"Chissà che fine ha fatto..."
Chissà che fine ha fatto. Chissà. Beh, adesso lo sapete. In questo preciso istante, stava stappando una birra nello squallido soggiorno di un piccolo appartamento in periferia. Ecco, che fine ha fatto. Si alzò e per tornare al telefono. Fece il numero della sua ex. Uno squillo. Due. Tre. Quattro. Chiamata rifiutata. Sentì puzza di bruciato. Andò in cucina, gettò i toast bruciati nella spazzatura e tornò in soggiorno. Stavolta prese una sedia e si sedette accanto al tavolo, con il telefono proprio sotto al naso. Guardò l'orologio, le 6 di pomeriggio. Ecco fatto, adesso, poteva ufficialmente dichiarare che, per 6 mesi, il suo telefono non era mai squillato. Brindò con un invisibile ospite dall'altra parte del tavolo, sussurrando a voce bassa: "Alla tua..."
Finita la birra, si alzò, recuperò la giacca da terra e uscì di casa. Quando fu di sotto, il telefono iniziò a squillare. E gli squilli risuonarono, sfacciatamente allegri, nelle stanze vuote. Dopo una decina di squillo, partì la segreteria telefonica. "Non ci sono. Lasciate un messaggio dopo il bip."
"Arthy amico mio! Sono Mike, e ho grandi notizie per te! Richiamami appena sei a casa! Cristo questa è la volta buona Arthy me lo sento!"
La casa rimase silenziosa per diversi minuti. Nuovi scrosci di applausi dall'appartamento della vicina. La domanda era quella da 2.000 €, quando Arthur rientrò in casa, lanciando la giacca esattamente nello stesso punto dal quale l'aveva raccolta. Posò un pacchetto di Marlboro rosse sul divano, e vi si sedette. Si accese una sigaretta, e guardò per diversi minuti la segreteria telefonica, chiedendosi se fosse o no il caso di andare a controllare se, in quei pochi minuti, aveva ricevuto chiamate. Decise di no, e rimase sul divano. Erano le 18.15.
Si svegliò di soprassalto, svegliato dalle urla del pubblico. Evidentemente, pensò, si avvicinava la domanda da un milione. Guardò ancora una volta l'orologio: segnava le 21. Prese il pacchetto vuoto di sigarette e lo andò a gettare nella pattumiera. Si avvicinò alla segreteria, e lì rimase immobile per un pò. Poi, si diresse in camera da letto, aprì il cassetto del comodino e ne estrasse una piccola pistola. Era talmente piccola da sembrare finta. Tornò a sedersi sul divano, guardando incuriosito la pistola. Scrosci di applausi dall'appartamento della vicina.
"Ma leggiamo la domanda da 1. Milione. di. Euro!!!"
applausi.
"Non contando le zanne, quanti denti ha un'elefante?"
Il suono della tv arrivava attutito dalle pareti, ma comunque fortissimo.
"Nessuno, 2, 4 oppure 8?"
Borbottii del pubblico.
"Mmm...nessuno."
"Ne è sicura?"
"Assolutamente."
"Volete sapere la risposta? Ve la dico dopo!"
Applausi.
Arthur Simmons guardava la pistola, non molto convinto della sua efficacia. Era davvero troppo piccola. Ma non aveva altra scelta. Se la puntò alla tempia e sparò. Il suono dello sparo coincise con quello del telefono. E i trilli risuonarono, ancora più allegri, nell'appartamento vuoto. Era di nuovo Mike Rampling.
Scritto da edwood86 alle 01:45 in storie, tv , nulla, orrore, fotogrammi di vita
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martedì, 02 maggio 2006
murder on L street
...era l'assassino dell'amore. e non provava sentimenti di alcun tipo. nemmeno l'odio. emozionarsi era una facoltà che non aveva, una possibilità che non conosceva. dal suo punto di vista, era anche un salvatore. gente in fin di vita a causa di amori finiti, veniva salvata dal suo coltello. avrebbe potuto visitarti in qualunque momento. si sarebbe potuto presentare alla tua porta e tu nemmeno te ne saresti accorto. saresti morto e risorto, in silenzio. era solo un maledetto serial killer della dolcezza.
ma un giorno...un giorno come tanti altri, gli successe quello che non sarebbe mai dovuto succedere. lo potete capire da soli. ebbene sì, si innamorò egli stesso. e con l'amore, cadde in un baratro dal quale era impossibile alzarsi. lui, squartatore della tenerezza, aveva trovato e guardato negli occhi quella che, da sempre, era stata la sua vittima. e si era accorto che era bellissima, e che era irresistibile, e che non avrebbe mai più potuto vivere senza di lei...figuriamoci ucciderla. riuscì a conoscere l'oscuro oggetto del suo desiderio, e a farla innamorare di lui. aveva paura di quello che sarebbe potuto accadere. era inconcepibile che l'uccisore di ogni passione ne venisse improvvisamente travolto. era innaturale. e la natura, prima o poi, si sarebbe ribellata. lo sapeva benissimo, ma andò avanti a suo rischio e pericolo.
lui e il suo amore andarono a vivere insieme, ed ebbero una vita felice. mesi passarono tranquilli e senza preoccupazioni. pensieri di matrimonio iniziarono a comparire timidamente nel suo cervello, che diventava ogni giorno più umano. tutto andava per il meglio, insomma. si amavano. o almeno, questo è quello che lui credeva. fino a quel giorno, quel giorno in cui lei gli disse due parole. due semplici parole che fecero crollare il mondo intorno a lui. due parole che gli spezzarono il cuore per molto tempo. e mentre lei gli diceva "ti lascio", lui la vide distintamente piantargli nel petto quel pugnale che, un tempo, avrebbe impugnato lui. gli venne da sorridere. la natura stava facendo il suo corso. si lasciò andare, allora, alla fine di quel sentimento, assaporandone gli ultimi istanti. perchè sapeva che l'amore sarebbe risorto in lui ancora molte volte, ma non sarebbe mai più stato lo stesso. d'altronde, il primo amore non si scorda mai.
qualche settimana dopo, sedeva al bancone di un bar, facendo colazione. la cameriera, sorridendo, gli versò altro caffè. lui la guardò negli occhi.
"Lo vuoi sapere un segreto?", le disse a bassa voce.
"Perchè no..", rispose lei. ma dovette attendere diversi minuti prima che arrivasse la risposta. Poi, finalmente, l'uomo le disse:
"Una volta, tanto tempo fa, io uccidevo l'amore."
Scritto da edwood86 alle 03:13 in storie, orrore
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sabato, 01 aprile 2006
Scritto da edwood86 alle 19:22 in storie, thoughts, fotogrammi di vita
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